Chi di noi non ha mai desiderato un genio della lampada? O non ha mai sperato che, soffiando le candeline sulla propria torta di compleanno, si avverasse l’auspicio espresso silenziosamente?

Quante volte ci siamo sentiti dire o abbiamo pronunciato la frase: “spero che tutti i tuoi desideri diventino realtà”? È forse l’augurio che più spesso facciamo alle persone che amiamo ma, alla fine, ce lo auguriamo per davvero?

​Il concetto di desiderio è al centro di tante favole della buonanotte che ci accompagnano sin dall’infanzia. Se ci facciamo caso, però, queste storie sono spesso un monito: state attenti a ciò che bramate e a come lo fate, perché si potrebbe avverare, e non è detto che poi vi piaccia.

​I protagonisti di questi racconti si pentono frequentemente di aver formulato una determinata richiesta quando questa si concretizza, portando con sé delle spiacevoli conseguenze che non sempre si mettono in conto. Questo è proprio ciò che succede a Bear, il protagonista di Obsession, film horror scritto, diretto e montato da Curry Barker, di cui parleremo insieme oggi. Il film è stato distribuito lo scorso maggio e sin dai primi giorni ha riscosso un grandissimo riscontro, sia di pubblico che di critica. 

La trama

​Il film segue la storia di Baron “Bear” Bailey, commesso in un negozio di musica, che da sempre ha un debole per la collega e amica Nikki Friedman, alla quale non riesce mai a trovare il coraggio di dichiararsi.

In occasione di una serata tra colleghi, per fare un regalo a Nikki, Bear acquista in un negozio di articoli esoterici un “Salice dei Desideri”: un bastoncino che, se spezzato, promette di esaudire un pensiero pronunciato da chi lo rompe.

​Nel corso della serata Bear tenta di palesare i suoi sentimenti a Nikki e di darle il pensiero, ma senza successo. Così, in un atto quasi disperato, spezza lui stesso il ramoscello, chiedendo che la giovane “lo ami più di chiunque altro al mondo”. Ed è proprio qui che gli eventi prendono una piega sinistra: il Salice funziona davvero e Nikki cade vittima di una sorta di incantesimo che la fa innamorare perdutamente di lui. 

Questo sentimento, profondo ma artificiale, si trasforma presto in un’ossessione che spinge la ragazza a comportarsi in modo sempre più strano e inquietante, fino a commettere atti violenti e pericolosi.

​Bear è inizialmente al settimo cielo e si gode le attenzioni di Nikki, ma ben presto si rende conto del guaio in cui si è cacciato con le sue stesse mani e capisce che quella che reputava la donna dei suoi sogni si sta lentamente trasformando in un incubo.

Vittima e carnefice

Guardando il film ci rendiamo presto conto di chi sia davvero la vittima e chi il carnefice in questa dinamica: la vera parte lesa, infatti, è proprio Nikki, che si ritrova intrappolata in questa relazione contro la sua volontà. La giovane agisce in modo violento e irrazionale perché costretta dall’incantesimo derivante dalla richiesta di Bear.

​Il vero carnefice è proprio quest’ultimo che, incapace di accettare un rifiuto, decide di ottenere l’amore e le attenzioni di Nikki utilizzando metodi “alternativi”, senza il suo consenso. Inoltre, da bravo “malessere”, al momento di formulare il pensiero non chiede di rendersi più interessante agli occhi della ragazza o di trovare magicamente il coraggio di dichiararsi; esige direttamente che lei si innamori follemente di lui, senza dover muovere un dito.

​Quando poi la situazione degenera e Bear si ritrova a subire le conseguenze del suo gesto, sembra non sentirsi minimamente responsabile e continua a comportarsi come l’unica vera vittima degli eventi.

La scena iniziale con la morte della gatta può essere considerata una sorta di foreshadowing: l’animale muore perché, affamato e in cerca di cibo, fa cadere insieme ai croccantini delle pillole che poi ingerirà. La prima cosa che Bear si chiede è come la gatta abbia fatto a far cadere i farmaci; non si rende conto di essere stato lui l’irresponsabile, per aver lasciato un flacone di sonniferi aperto e pericolosamente vicino alla ciotola. Può sembrare un piccolo dettaglio, ma è un indizio che vuole farci capire come sia fatto davvero il protagonista. È il classico “bravo ragazzo” che nasconde (neanche troppo bene) un lato narcisista ed egoista, mai pronto a prendersi le proprie responsabilità ma sempre pronto a incolpare gli altri per i suoi guai.

​Nonostante Bear effettivamente subisca la violenza fisica e psicologica di Nikki, è impossibile empatizzare con lui perché, se vogliamo essere ironici, in un certo senso “se l’è cercata”.

Perdere il controllo

​Ci sono molte cose che rendono davvero spaventoso Obsession – l’atmosfera, la morbosità, i personaggi – ma, a parere di chi vi scrive, il vero orrore risiede nella perdita di controllo su sé stessi.

​Come risultato della brama di Bear, Nikki perde ogni tipo di controllo sulla sua mente e sul suo corpo, ritrovandosi ad agire in modi a lei totalmente estranei e contro la sua volontà. La sofferenza che prova la si vede chiaramente nei rari momenti in cui la “vera” Nikki fa capolino, arrivando addirittura a farsi del male e a implorare di essere uccisa pur di non far prendere definitivamente il sopravvento alla Nikki “del desiderio”.

​Si tratta di perdita di autonomia sulla propria mente e sul proprio corpo, di assistere impotenti a un orrore che si consuma senza poter far nulla per ribellarsi.

Disagio e inquietudine

​Negli ultimi anni l’horror sta cambiando: sempre più registi non si affidano più ai classici elementi del genere per incutere terrore nello spettatore. I jumpscare, gli assassini efferati e le creature spaventose stanno lasciando spazio a film di atmosfera, dove a farla da padrone è il senso di inquietudine e di ansia. Lo spavento forte e improvviso viene sostituito da una paura più sottile, un senso di sconforto che cresce man mano che la trama prosegue.

​Obsession si inserisce proprio in questo filone. Il terrore qui è tutto nell’atmosfera: luci cupe, scene in penombra, sguardi e sorrisi profondamente inquietanti. La paura non ci salta addosso da dietro l’angolo facendoci urlare, ma ci fissa nell’ombra mentre dormiamo, facendoci sentire profondamente a disagio.

​Il risultato è un’opera che non vi farà addormentare così facilmente dopo la visione e che quindi fa egregiamente il suo lavoro, come dimostra anche l’enorme popolarità che sta ottenendo. 

Un altro elemento che ha contribuito al successo della pellicola è sicuramente la caratterizzazione dei personaggi, estremamente realistici: non ci sono infatti macchiette o figure stereotipate, ma persone assolutamente normali. La storia ci risulta particolarmente disturbante proprio perché familiare e popolata da soggetti verosimili, uno su tutti Bear, che non è dissimile da un sedicente “bravo ragazzo” qualsiasi che possiamo facilmente incontrare al lavoro, in un bar o su un’app di incontri. Forse è proprio per questo che fa così paura.

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Classe '97. Laureata in e appassionata di lingue e letterature europee. Social media manager per sbaglio, aspirante traduttrice, divoratrice seriale di libri. Giocatrice di ruolo, collezionista di dadi, amante di cinema e giochi da tavolo.

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