E se per una volta dicessimo che Wonder Man, ultima serie arrivata nel catalogo Disney+, è una di quelle serie che ti fa pensare: “Ok, qualcuno qui si è davvero divertito… e si vede?”
Perché sì, Wonder Man non solo funziona, ma lo fa con una leggerezza elegante, quasi sfacciata, come un attore navigato che entra in scena tranquillo, padrone di sé, e non ha bisogno di alzare la voce per avere a sé tutti gli occhi in sala. È una serie che gioca, ammicca, cita mezzo cinema mondiale e nel frattempo ti ricorda che l’intrattenimento di qualità non deve per forza prendersi troppo sul serio.
Chimica da manuale
Il vero superpotere della serie non è tanto quello del protagonista, quanto la complicità tra gli attori. Il cast sembra muoversi come una band che suona insieme da anni: tempi comici perfetti, sguardi che valgono più di tre battute di dialogo e quella sensazione rarissima per cui nessuno ruba la scena, ma tutti la migliorano.
La chimica è talmente naturale che a tratti sembra di assistere a una prova generale andata così bene da essere stata lasciata nel montaggio finale. E no, non è improvvisazione e basta: è mestiere, affiatamento e scrittura che sa quando farsi da parte.
Citazioni cinefile: non solo mantelli e multiversi
Uno dei piaceri più grandi di Wonder Man è il suo amore dichiarato per il cinema, anche quello che vive fuori dall’orbita dall’MCU. Le citazioni non sono lì per fare fan service da checklist, ma per dialogare con lo spettatore: c’è il sapore della commedia hollywoodiana classica, l’ironia metanarrativa, strizzate d’occhio al cinema d’autore e persino qualche eco da blockbuster anni ’80, di quelli con più cuore che effetti speciali credibili.
Il risultato? Una serie che non ti dice “guarda quanto siamo furbi”, ma ti invita a giocare con lei. Se cogli la citazione, sorridi. Se non la cogli, funziona lo stesso. Classe pura.
Forse la cosa più sorprendente è che Wonder Man non sembra mai affannata. Niente sensazione di “episodio ponte”, niente trame che esistono solo per preparare la prossima grande cosa. Ogni puntata ha una sua identità, un suo ritmo, un suo perché. È una serie che sa di essere parte di un universo più grande, ma non vive schiacciata dal suo peso.
Protagonisti che reggono tutta la baracca
Yahya Abdul-Mateen II interpreta Simon Williams, il protagonista: un aspirante attore che sogna di trionfare a Hollywood e di interpretare… Wonder Man in un remake di un film di culto. Ma naturalmente il destino ha altri piani, perché Simon scopre di avere superpoteri reali proprio mentre naviga il caotico mondo degli studi cinematografici.
Prima di questo ruolo, Abdul-Mateen II è diventato famoso per interpretazioni memorabili in film e serie di alto profilo: lo abbiamo visto come Black Manta nei film Aquaman dell’universo DC, come Cal/Dr. Manhattan nella serie Watchmen di HBO e in pellicole come Candyman, The Trial of the Chicago 7, The Matrix Resurrections e Ambulance.
Il che vuol dire che qui non abbiamo solo un eroe Marvel, ma un attore completo che sa dosare dramma, commedia e carisma da vendere.
E poi c’è Sir Ben Kingsley, che torna nell’MCU nei panni di Trevor Slattery, un personaggio che è già leggenda nella continuity Marvel: lo abbiamo incontrato la prima volta in Iron Man 3 (ricordi il folle Mandarino finto perché ti servirà…) e lo abbiamo rivisto in Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings. Kingsley è una delle più grandi star viventi, con un Oscar alla carriera, drammi intensi e film storici come Gandhi sulle spalle. E qui lo vediamo prendere un personaggio che potrebbe in mano a chiunque diventare una caricatura, e trasformarlo in un compagno di viaggio irresistibile, divertente e sorprendentemente toccante.
Come anticipato, la bromance da standing ovation fra Simon e Trevor è la colonna portante di Wonder Man. Nella formula evergreen del “giovane talento che incontra il veterano sfuggito ai suoi giorni di gloria… ed entrambi imparano qualcosa l’uno dall’altro” si immettono scambi taglienti, momenti di vulnerabilità e complicità perfetta, che sorreggono tutta la serie.
È come guardare due attori sul set di un buddy movie anni ’80 (48 Ore o Midnight Cowboy per dirne due) ma con superpoteri e doppi strati meta-cinematografici. La serie si diverte a smontare e rimontare cliché e i due protagonisti lo fanno con naturalezza: Simon con la sua ambizione brillante e Trevor con l’ironia di chi ha visto tutto e ti osserva sorridendo, ma con criterio. Il risultato? Ogni scena in cui i due condividono inquadrature è un piccolo cortometraggio dolce e irriverente
E poi c’è Damage Control, che merita un paragrafo a parte perché è uno di quegli antagonisti che fanno ridere… e subito dopo ti fanno esclamare un “ah…” accompagnato da brividino. Presentata come un’associazione governativa ossessionata dall’arrestare superumani più per giustificare budget, uffici e slide in PowerPoint che per reale sicurezza pubblica, Damage Control diventa così una satira nemmeno troppo velata di certe derive istituzionali molto, molto reali. Il paragone con l’ICE americana viene quasi naturale: un apparato che sembra vivere di auto-legittimazione permanente, dove il problema non è se l’azione serva davvero, ma quanto sia utile a dimostrare che l’agenzia “lavora” e “risolve problemi”. Con tatto, ma neanche troppo, Wonder Man suggerisce che quando un’istituzione ha bisogno di un nemico per esistere, quel nemico verrà trovato a forza.
E allora sì, se per una volta dicessimo che, nel mare infinito dello streaming, si può ancora trovare qualcosa fatto con cura, intelligenza e sarcasmo, Wonder Man sarebbe l’esempio a cui andare. E se questo è il livello, allora che qualcuno passi i popcorn.
About the author
Classe '90. Farmacista per sbaglio, noto accumulatore di giochi da tavolo. Nasce e cresce a suon di Marvel e Disney e tanto basta...








