Amiche e amici, oggi vi parliamo della quarta stagione di Boris, la cosiddetta “fuori serie italiana”, uscita su Disney+ il 26 ottobre scorso. 

Dopo i tragicomici dietro le quinte della fiction Gli Occhi del Cuore 2, della serie “pacco” Medical Dimension e del film di denuncia diventato cinepanettone La Casta, la satira di Boris affonda oggi i denti nelle serie streaming, raccontando quello che può significare, in Italia, girare un presunto colossal sulla vita di Gesù. 

Il risultato è: Boris, chiaramente e indissolubilmente Boris, in tutti i suoi difetti e pregi, in tutti i colpi di genio e colpi a vuoto.

E allora…

“Canterò una storia nuova…”

No Elio, la storia non è cambiata, ma i tempi sì. 

E dopo 12 anni, per il ritorno di Boris, poteva non bastare una mera operazione nostalgia.

Invece quei tre (perché saranno tre per sempre) hanno scritto e diretto una storia al passo con i tempi, prendendo tutti i personaggi storici e calandoli in una nuova realtà.

Ad esempio Alessandro, schiavo e parte centrale della vecchia narrazione, ha fatto carriera, ed è diventato il responsabile di produzione della “Piattaforma”, senza nome come la vecchia “Rete”, ma forse ancora più elusiva e machiavellica. Questo nuovo ruolo di potere, tuttavia, alla fine lo rende sempre schiavo, ma solo di persone più “importanti”. 

Renè invece oscilla sempre tra la voglia di creare qualcosa di bello e l’inesorabile modus operandi da fiction scadente, che qui si maschera ancora una volta, per tornare sotto mentite spoglie. Sostituisce Tatti Barletta alla formica rossa, e tra un tiktok ed un “die die die”, riscatta il finale amarissimo del film del 2011 e delle altre 3 stagioni, finalmente soddisfatto e fiero di ciò che ha fatto. 

E ancora Duccio, che è diventato un personaggio neorealista, con una patina di tristezza incredibile, ma dotato anche di una disarmante lucidità sul mondo, soprattutto quando non può “pensare” per ben tre mesi. Memorabile la massima sull’infelicità, regalata ad un sconsolato Biascica all’inizio della quinta puntata.

Biascica: M’hanno mannato in seconda unità. È un periodo un po’ così. Mi sa che sono infelice. 

Duccio: Goditela, questa infelicità, Biascica. La felicità fa andare più veloce il tempo. La felicità ti avvicina alla morte. Bisogna usarla con cautela. Goditi la tua infelicità, lentamente. 

Biascica: Ce provo. 

Ce prova, Biascica, il rozzo elettricista, che è senza dubbio quello che ha più difficoltà ad entrare nel mondo moderno: privato dei suoi schiavi e costretto ad essere gentile e rispettoso, viene accusato poi casualmente di razzismo, unico reato di cui davvero non era colpevole. Insomma, le cose sono davvero cambiate, per lui forse più di tutti, e “gli straordinari di aprile” sono ben lontani. La Piattaforma paga, ma guai ad usare un pronome sbagliato, e quindi giù di “a merdü”.

E poi vabbè… l’impossibile Mariano di Corrado Guzzanti, che come sempre porta con sé il caos e la distruzione con una nonchalance davvero formidabile.

Questi sono solo alcuni dei vecchi personaggi che ritornano in grandissimo stile, ma anche gli altri non sono da meno, così come qualche nuova new entry, una su tutti Lalla, la nuova ”stagista schiava”, che riscatta però il suo ruolo di sfruttata diventando la parte dominante in una coppia davvero bizzarra.

Unica pecca nel cast, la ridotta presenza di un personaggio a dir poco storico, Sergio, che però comunque compie in qualche modo il suo arco: chi vedrà, capirà.

Sentito ma coerente il ricordo di inizio stagione ad Itala, che nella serie purtroppo ci lascia, proprio come la sua interprete, Roberta Fiorentini, scomparsa prematuramente nel 2019.

E a proposito di ricordi sentiti, impossibile non citare quello relativo ad uno dei tre sceneggiatori, che, se non avete ancora visto Boris 4, non vi spoileriamo, perché è meritevole di essere vissuto in prima persona.

La totalità della serie perde i tormentoni, ma guadagna una comicità più adulta, abbandonando le cose “a cazzo di cane”, perché qua non ci sono più tempi della televisione generalista, ma prodotti che devono competere in tutto il mondo. E quindi non si vende più ai Greci, anzi: la concorrenza arriva proprio da altri paesi. E se la Piattaforma paga, siamo tutti felici, ma i problemi di budget restano, quindi “lo dimo” (unico vero nuovo tormentone) è un nuovo mantra, e tra storie teen e inclusivity, il famigerato Algoritmo sostituisce il Dottor Cane come ennesima Eminenza Grigia che tutto sa, tutto detta e che su tutto deve essere assecondata, con buona pace del buon gusto e anche del buon senso. 

Sarò scontato e di parte, perché amo sinceramente Boris, ma queste nuove 8 puntate sono un po’ pochine: questi personaggi e la loro satira feroce avrebbero meritato più spazio. Con un paio di puntate in più, infatti, alcune sottotrame e alcuni aspetti interessanti ma appena appena sfioriati e poi caduti nel vuoto avrebbero potuto essere toccati con più efficacia.

Ma Disney+, da buona Piattaforma, ha i suoi tempi, e lasciare qualcosa di non detto può aprire alla possibilità di un Boris 5, che ora aspetto come la seconda venuta degli Occhi del Cuore Sacro di Gesù.  

Una cosa è certa: anni fa, Boris ha cambiato il nostro modo di vedere la creatività, e oggi lo ha fatto ancora una volta.

STOP! OTTIMA!

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Classe '90. Farmacista per sbaglio, noto accumulatore di giochi da tavolo. Nasce e cresce a suon di Marvel e Disney e tanto basta...

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