Amiche ed amici del Capri Comics, questa settimana vogliamo affrontare un argomento particolarmente scottante, ovvero il contestato quanto amato Matrix Resurrections, quarto capitolo dell’omonima saga con protagonista il nostro eroe Keanu Reeves.

Premesse

Prima di iniziare vogliamo specificare innanzitutto che questa recensione sarà ad alto contenuto di spoiler, in quanto sarebbe stato difficile fornire un’opinione esaustiva senza addentrarci nelle specifiche della trama, dell’evoluzione dei personaggi e degli spunti di riflessione più profondi dell’opera.

In secondo luogo, come avrete potuto già evincere dal titolo, chi vi scrive ha apprezzato Matrix Resurrections, pur comprendendo le ragioni di chi invece non l’ha digerito. Detto questo, vogliamo anche sottolineare la nostra insofferenza nei confronti dell’imperante polarizzazione recensiva che, vuoi per click-bait vuoi per incapacità di scindere gusto e aspettative personali da pro e contro più o meno oggettivi, tende ad etichettare le opere di tendenza necessariamente come capolavori assoluti o flop senza appello. In particolare per opere complesse come Matrix Resurrections, questa binarietà risulta assai limitante ed il film stesso ragiona sulla possibilità di superare questa limitazione.

Al netto delle nostre opinioni personali, che influenzeranno comunque il nostro modo di parlare della pellicola, cercheremo quindi di rimanere il più equilibrati e lucidi possibile.

Ora però bando alle ciance e scopriamo ancora una volta quanto è profonda la tana del bianconiglio.

Matrix 4: ce n’era davvero bisogno?

Risposta breve: no.

Che piacesse o meno, la conclusione della trilogia originale era abbastanza definitiva. Tuttavia, in un sistema produttivo che è ormai portato allo sfruttamento intensivo delle proprietà intellettuali, proprio come Matrix è portato allo sfruttamento intensivo degli umani, le storie non finiscono mai davvero.

Insomma: arte che imita (e sfrutta) la vita, e vita che imita (e sfrutta) l’arte.

Volenti o nolenti, la realtà delle case produttrici è questa, e partendo da questa realtà, Matrix 4 sarebbe stato probabilmente realizzato a prescindere, con o senza l’apporto delle autrici originali, le sorelle Wachowski. Questa ipotesi viene affrontata nel film stesso, che inizialmente ragiona proprio sul come si fa a resuscitare una saga apparentemente conclusa.

La “necessità” di un nuovo Matrix quindi non c’era, ma quello che abbiamo visto crea necessariamente nuove suggestioni impossibili da ignorare o da trattare con sufficienza. Per quanto anche oggettivamente difettosa, soprattutto sul versante del ritmo e della risoluzione finale, si tratta comunque di un’opera molto stratificata, con un’eredità decennale e una chiave di lettura meta-narrativa non da poco.

Va detto anche che il duo delle sorelle Wachowski, ovvero le ideatrici della saga, non si è ricomposto per la regia di questo quarto episodio, cosa che ha fatto molto discutere. Lilly ha infatti deciso, per motivi personali ma anche artistici, di non contribuire alla realizzazione del film, lasciando alla sorella Lana i ruoli di regista e co-sceneggiatrice, quest’ultimo insieme a David Mitchell e Aleksandar Hemon.

Il nuovo Matrix

Nei primi quaranta minuti assistiamo alla nuova vita di Thomas Anderson, sviluppatore di videogiochi divenuto celebre grazie alla creazione della trilogia del gioco Matrix, che sembra letteralmente composta dagli avvenimenti dei primi tre film. Thomas è un uomo confuso e paranoico, in quanto la sua ossessione nel ricreare un gioco indistinguibile dalla realtà l’ha portato a soffrire di allucinazioni e sogni troppo simili a ricordi.

Convinto, nel proprio inconscio, che la sua vita sia in qualche modo fittizia, Thomas programma quindi un modale segreto nel quale inserisce una nuova versione di Morpheus, colui che originariamente gli aprì gli occhi sulla “realtà costruita” di Matrix. Il suo desiderio inconscio era infatti che qualcuno del mondo reale trovasse il nuovo Morpheus e tornasse insieme a lui a salvarlo.

Nel frattempo, la quotidianità alienante di Thomas continua regolarmente finché il suo socio in affari non gli impone di sviluppare il quarto capitolo di Matrix, in quanto la casa madre (la Warner Bros, citata letteralmente) ha intenzione di realizzare tale titolo con o senza il contributo dei creatori della serie.

Secondo noi, questa prima parte è la più interessante del film, perché prende la realtà produttiva e la traduce in narrazione, rispecchiando così l’essenza stessa di Matrix, ossia quella di giocare con la mente dello spettatore e farlo scervellare su cosa sia effettivamente reale o meno. Tra una citazione e l’altra, Neo verrà ovviamente ri-salvato da quello che era a tutti gli effetti un nuovo Matrix (sì, tra Matrix diegetico e Matrix extra-diegetico è difficile anche per noi raccapezzarci in questa struttura).

Ma chi è il fautore di questo nuovo Matrix? Dopo l’Architetto, interessato alla mera simulazione fattuale della realtà, arriva l’Analista, inizialmente presentato come lo psicologo di Thomas, il quale punta sulla manipolazione emotiva degli umani, a suo dire molto più efficace e produttiva in termini di energia.

Il risveglio e il salvataggio di Neo da parte dei nuovi comprimari, il multiforme equipaggio della nave Mnemosyne, coincide peraltro con il risveglio della sua nemesi, l’agente Smith, anche lui imprigionato nelle vesti del socio in affari di Thomas. Nella fuga, contrastata in tutti modi ma senza successo dall’Analista, Neo nota Trinity confinata in un’altra capsula, ma purtroppo non può fare nulla per salvarla, almeno per il momento.

Una nuova Zion

Arrivato così a Io, la nuova città stato degli esseri umani, Neo si rende conto che la pace tra uomini e macchine scaturita dal suo sacrificio ha portato effettivamente ad una società nella quale macchine ed umani collaborano e vivono produttivamente e in armonia. Ci viene anche mostrato il “frutto”, metaforico e letterale, di questa sinergia: partendo dai codici di Matrix, gli scienziati di Io riescono infatti a ricreare alcune cose estinte da tempo, ad esempio le fragole. Intuiamo così che le simulazioni di Matrix adesso possono essere utilizzate come veri e propri calchi attraverso i quali riplasmare la vita, anche delle persone, se necessario, come vedremo in seguito.

Con questo arriviamo all’altro grande nucleo tematico dell’opera: la messa in discussione delle contrapposizioni binarie che stavano alla base della trilogia originale. Gli schieramenti netti, macchine vs uomini, ma anche destino vs libero arbitrio e realtà vs finzione, vengono qui contestati da una nuova concezione, più fluida, meno dogmatica e di conseguenza più vantaggiosa per tutti. In sintesi, come detto nel film: ”Non tutte le macchine vogliono il controllo e non tutti gli umani desiderano la libertà”. Oppure: “I ricordi trasformati in finzione sono meno reali? O la realtà basata sui ricordi non è che finzione?”

Ovviamente, per necessità di conflitto, tracce di questa binarietà ancora sussistono, in quanto ritroviamo comunque una fazione di macchine tiranne e promotrici del nuovo Matrix e dei rinnovati campi di coltura degli umani.

Avendo intuito che il legame tra Neo e Trinity rappresentava una fonte di energia impareggiabile, perfetta per potenziare un nuovo tipo di Matrix, queste macchine sono addirittura riuscite a ”resuscitarli”, secondo un procedimento non molto diverso da quello che gli scienziati di Io applicano ora per ridare vita alle piante estinte. Al contrario di Neo, Trinity è però ancora imprigionata, e così l’atto finale si concentrerà sul suo salvataggio, sottolineando che dovrà trattarsi comunque di una sua scelta.

Ma esiste davvero una scelta?

Come abbiamo già accennato, Matrix Resurrections arriva a confutare ciò che nella trilogia originale era dato come punto cardine, ovvero la scelta fra pillola rossa e pillola blu, tra risveglio e sonno. Con una retorica quasi parmenidea, la pellicola ci suggerisce che la scelta probabilmente non esiste per chiunque sia già fermo nelle proprie convinzioni e nei suoi sentimenti. Insomma: chi si sente vivo non può scegliere di non esistere e quindi prenderà sempre la pillola rossa.

Nuovi “eletti”

La parte finale, con il salvataggio di Trinity e la fuga dal Matrix 2.0, è, a parer nostro, la meno riuscita e coinvolgente del film. Si tratta infatti di una prolungata scena di inseguimento, assai sfrenata ma ben poco ispirata, sia registicamente che concettualmente. La ricomposizione del binomio Neo/Trinity crea letteralmente un deus ex machina, sventando la minaccia in maniera fin troppo rapida e definitiva. Il senso è chiarissimo: l’amore è la più grande forza dell’universo, ma pur gradendo questa suggestione romantica, dobbiamo ammettere che la sua concretizzazione formale poteva essere mostrata con più efficacia.

Allo stesso tempo non condividiamo la critica secondo la quale l’ascesa di Trinity a vera propria eletta al pari di Neo sia una banalizzazione da girl-power. Oltre al fatto che Trinity è sempre stata, nella pratica, una co-protagonista forte e decisiva, gli sceneggiatori e la regista di questo quarto capitolo ci suggeriscono, a più riprese, che l’idea di eletto non può essere dogmatica e che chi ragiona in termini troppo rigidi è spesso destinato al fallimento, come le macchine autocrati della vecchia Matrix o gli umani super-categorici di Zion.

Ai fini della risoluzione sarà decisiva anche la breve alleanza, se così si può definire, tra i “buoni” e il nuovo agente Smith, non disposto a tornare nella condizione di schiavitù impostagli dall’Analista.

Conclusioni

Contrariamente a quanto letto e ascoltato in molte recensioni negative, questo quarto capitolo ci è parso molto rispettoso della trilogia originale, come se cercasse di essere un po’ un’opera a parte, un omaggio più che un completamento a tutti gli effetti. Capiamo che questo approccio possa non piacere ai fan duri e puri, ma da parte nostra, tirando le nostre somme, possiamo dire che i pro di Matrix Resurrections superano i contro. Come abbiamo già detto, per noi i difetti si concentrano principalmente nel terzo atto, piuttosto iperbolico e tirato via, ma soprattutto spogliato delle idee maggiormente avvincenti che impregnavano la prima parte.

Le interpretazioni sono mediamente buone, con Reeves e Moss ovviamente sul podio rispetto a tutti gli altri comprimari, che comunque fanno il loro lavoro. La coppia dei protagonisti riesce a restituire ottimamente la forza e la verità di due personaggi invecchiati ma ancora uniti da un rapporto più forte di qualsiasi guerra.

L’aspetto tecnico, dalla regia alla fotografia, dal montaggio agli effetti visivi, è per la maggior parte efficace e curato, ma in tutta onestà non possiamo definirlo memorabile. Addirittura, dal punto di vista dei combattimenti, forse è stato fatto un passo indietro rispetto alla spettacolarità dei primi tre capitoli, che univano forma e sostanza in scene d’azione diventate a dir poco iconiche. Anche la colonna sonora non è indimenticabile, ma riesce ad essere straniante e psichedelica al punto giusto, soprattutto grazie all’inserimento della bellissima e azzeccatissima White Rabbit dei Jefferson Airplane.

In conclusione: pur ammettendo che un Matrix 4 non sarebbe dovuto esistere, accettiamo e apprezziamo la sua esistenza in forma di Matrix Resurrections, perché ciò che abbiamo visto e vissuto in sala ci ha colpiti, emozionati e intrigati più di quanto credessimo possibile.

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Classe '91. Amante delle arti visive, della musica ed appassionato delle culture pop asiatiche. Scarabocchiatore freelance.

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Classe ‘92. Laureato in/appassionato di: lingue, letterature e culture straniere. Giornalista pubblicista, divoratore di storie, scribacchino di pensieri propri e traduttore di idee altrui.

2 Commenti

    • Che occhio! Ad essere sinceri moi non l’avevamo notato, ma a pensarci bene, le scelte “fuori dal comune” sono tipiche delle sorelle Wachowski!

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