Amiche e amici del Capri Comics, per parlarvi di Diabolik – Ginko all’attacco!, secondo film che i Manetti Bros. dedicano al Re del Terrore, occorre iniziare con una premessa.

Chi vi scrive è un lettore men che occasionale di Diabolik, un semplice e sporadico simpatizzante. Ciononostante, credo di avere assimilato e imparato ad apprezzare alcuni dei cardini della decennale e ormai inconfondibile tradizione del personaggio creato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani nel lontano 1962. Una tradizione caratterizzata da elementi di linguaggio, segno, costruzione, caratterizzazione e ritmo tanto precisi e blindati quanto largamente condivisi e fondamentalmente congelati nel tempo. I piani complessi, le fughe rocambolesche, gli intrighi internazionali, i personaggi d’altri tempi, il legame tra Diabolik e Eva, l’eterna sfida con Ginko, i dialoghi e pensieri molto esplicativi (altresì detti spiegoni), il formato tascabile, la gabbia ridotta, la regia didascalica e lo stile chiaro sono solo alcuni di questi elementi ricorrenti. Diabolik non cambia, mai, e non ha bisogno di cambiare. Perché Diabolik è Diabolik e ha la sua grammatica. Se la accetti, bene, altrimenti non farà per te. 

Nel primo “albo” cinematografico, per l’appunto Diabolik, del 2021, i fratelli Marco e Antonio Manetti avevano operato una trasposizione filmica estremamente esatta, fedele e coerente del personaggio, delle sue storie e dei suoi codici. Questa inderogabile conservazione si rendeva chiara sin dal soggetto film, scritto dal Direttore della serie a fumetti, Mario Gomboli, ma mutuato dal celebre albo n.3, “L’arresto di Diabolik”, uscito nel 1963 per i disegni di Luigi Marchesi, su testi delle Giussani in persona. A partire da quello, i Manetti Bros. avevano creato un’opera che, piacesse o non piacesse, non scendeva mai a compromessi con le realtà spesso ipertrofiche dell’odierno mercato cinematografico d’azione, diventando così un collante autentico e genuino per una comunità di appassionati che attraversa almeno tre generazioni, e che si riconosce in un determinato tipo di linguaggio. Insomma: era facile che un conoscitore di Diabolik apprezzasse il film, e viceversa. Perché era Diabolik, in tutto e per tutto. 

Lo stesso discorso, pari pari, è applicabile per questo secondo capitolo, a conferma della linea di ferro che si intende mantenere nel portare Diabolik al cinema, oggi, in direzione ostinata e contraria rispetto alla gran parte delle trasposizioni filmiche di opere letterarie, videoludiche e fumettistiche, spesso solo ”liberamente” ispirate al materiale di partenza, nel bene e nel male. Come il primo film, anche questo nuovo episodio targato Manetti Bros. si basa su un albo storico, il n.16, sempre scritto dalle Giussani ma disegnato da Enzo Facciolo e uscito nel ‘64.

Tornano Miriam Leone e Valerio Mastrandrea con le loro tenebrose e dolenti interpretazioni di Eva Kant e Ginko, ma viene meno il Diabolik gelido e imperturbabile di Luca Marinelli, sostituito in questo film da Giacomo Gianniotti, più piacente e piacione, ma a mio parere meno efficace del primo. Svenevole e civettuola al punto giusto la Altea di Vallemberg di Monica Bellucci, con qualche punta di amarezza non del tutto riuscita. 

Se il primo film si concentrava sul restituire il leggendario terrore di cui si ammantava Diabolik e poi, in seconda battuta, anche sul costruire il suo indissolubile rapporto con Eva, qui i Manetti scelgono di porre i riflettori sullo stoico tormento dell’ispettore Ginko, l’eterno inseguitore che, nonostante gli immensi sforzi fisici e intellettivi, è destinato non solo al danno della sconfitta contro Diabolik, ma anche alla beffa di non riuscire a godersi sonno, cibo o amore perché auto-ammanettatosi ad una missione impossibile.

In questo, Mastandrea regala una interpretazione davvero magistrale, la migliore del film, nella quale le battute obiettivamente didascaliche (ma coerenti) del personaggio passano in secondo piano rispetto al suo calibratissimo lavoro di sguardi, movimenti e gesti, che traducono perfettamente il dolore di un uomo di legge prigioniero della sua moralità. Non possiamo dire che vi sia una qualche crescita dei personaggi (che forse non avrebbe nemmeno senso di esistere) ma la loro caratterizzazione funziona, per quanto statica, e quella di Ginko supera, a mio parere, anche quella di Eva e Diabolik.  

La trama è presto detta ed è poco più di un pretesto per la messa in scena di un piano incredibile, facilmente sgamabile da un pubblico moderno, ma potenzialmente godibile per ragazzi e lettori di Diabolik e/o in generale di gialli: Ginko bracca Diabolik e Eva, che devono difendersi con le unghie e coi denti. 

La regia dei Manetti e la fotografia di Angelo Sorrentino abbracciano con gusto e personalità gli stilemi visivi di un film degli anni ‘60. E così, tra split screen, zoom drammatici, accelerazioni, tagli di luce netti e colori saturi, il film ti getta subito nella realtà fittizia di una storia ambientata negli anni ‘60, scritta e diretta negli anni ‘60, per un pubblico degli anni ‘60. Anche le musiche, con giri di basso che ti entrano nel petto, distorsioni col theremin e piccole esplosioni orchestrali, contribuiscono a tenere salda l’illusione del periodo. Dicasi lo stesso per le scenografie e i costumi, tutti sempre credibili. 

Ovviamente, la matrice del film non lo rende esente da difetti, principalmente una recitazione che, al di fuori dei protagonisti (e a volte anche tra loro, Mastandrea escluso, che gioca in una categoria a parte) spesso risulta troppo affettata per essere plausibile. A tratti anche la messa in scena e il montaggio, generalmente ottimi, perdono di ritmo rispetto a quello che si vorrebbe trasmettere, come nella scena dell’inseguimento iniziale, un po’ fiacca.

Per concludere: nel mese del sessantesimo anniversario della prima apparizione in edicola di Diabolik (1º novembre 1962), i Manetti Bros. portano al cinema il loro secondo film dedicato al personaggio, che, come il primo, propone subito, e con coraggio, un chiaro patto di sospensione dell’incredulità al pubblico in sala. Fino allo scorrimento dei titoli di coda, allo spettatore viene implicitamente chiesto di dimenticarsi del Marvel Cinematic Universe, della saga di Fast&Furious e di tutti i film e serie d’azione che hanno scolpito il suo immaginario attuale. Gli viene inoltre proposto di immedesimarsi in un’epoca passata, quando il film più sconvolgente era Psyco, e il pubblico era pronto ad essere stupito e spaventato, perché la sua mente era più libera, più ingenua. Se si accettano queste premesse, Diabolik e ancor di più Diabolik: Ginko all’attacco! sono assolutamente godibili, anche al netto dei loro difetti, per quello che sono: due sane e pure dichiarazioni d’affetto. E scusate se è poco, in un mercato cinematografico sempre più cinico e furbo.

Il film stesso si chiude nell’affetto, con una scena di passione tra Eva e Diabolik, e con una dedica a Michelangelo La Neve, sceneggiatore di questo e del precedente capitolo, recentemente scomparso. 

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Classe ‘92. Laureato in/appassionato di: lingue, letterature e culture straniere. Giornalista pubblicista, divoratore di storie, scribacchino di pensieri propri e traduttore di idee altrui.

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