Amiche e amici del Capri Comics, allacciate le cinture perché oggi parleremo (SENZA SPOILER) di uno dei film più fuori di testa dell’estate, e forse dell’anno: The Suicide Squad.

Scritto e diretto da James Gunn, questo cinecomic “supereroistico” (a breve arriveremo al perché delle virgolette) segue le assurde vicende di un gruppo di criminali targati DC Comics, precettati direttamente dal carcere e gettati nelle più assurde missioni suicide in cambio di uno sconto sulle rispettive pene.

Tutta gente affidabile.

Non perdiamo altro tempo e gettiamoci anche noi a capofitto nella follia visiva e concettuale di questo film, destinato, a parere di chi scrive, a diventare una pietra miliare del genere.

Aspetta… ma non lo avevano già fatto ‘sto film?

Sì… vedo che siete attenti.

Avrei preferito non parlarne, ma forse è davvero il caso di aprirla, questa brutta, bruttissima parentesi.

Allora…

Nel 2016, la Warner Bros., detentrice dei diritti di sfruttamento cinematografico dei fumetti DC, aveva già prodotto un film intitolato Suicide Squad, senza l’articolo, che ora è stato aggiunto per marcare, implicitamente, che LA vera Squadra Suicida, è questa qui, e non quella emersa dal film precedente.

La pellicola del 2016, scritta e diretta da David Ayer, fu infatti duramente contestata, sia dal pubblico che dalla critica, per la sua estetica disorientante, il suo ritmo incostante, i suoi personaggi vuoti e stupidi e la sua struttura narrativa con più buchi di uno scolapasta.

Si scoprì, poi, che la versione uscita nelle sale era in realtà un vero e proprio Mostro di Frankenstein Cinematografico: il montaggio originale di Ayer era stato infatti preso e ricostruito quasi del tutto dalla Warner, in modo tale da rendere il prodotto finale più scanzonato e divertente.

Cosa poteva andare storto?

Tutto…

Ora…

Ad oggi non è stato ancora rilasciata una Ayer Cut di Suicide Squad, ma se la lunga e drammatica esperienza della Snyder Cut di Justice League mi ha insegnato qualcosa, è che questi film travagliati, sebbene sicuramente peggiorati dalla mano infingarda degli Studios ansiosi, non sono quasi mai dei capolavori, nemmeno nella versione intesa sin dall’inizio dall’autore.

Il colpo di coda che solo un matto poteva dare

Sebbene, a conti fatti, si tratti di un’opera praticamente a sé stante, The Suicide Squad è ufficialmente il decimo episodio dello zoppicante e quasi moribondo DC Extended Universe, di cui adesso non approfondiremo meriti (pochi) e demeriti (che ve lo dico a fa’…) per mancanza di spazio, tempo e voglia di farsi salire il nervoso.

Ci limiteremo a dire che l’idea di dare ad un autore come James Gunn una cosa come 200 milioni di dollari e praticamente carta bianca su ogni aspetto del film sia stata probabilmente la migliore intuizione che la Warner abbia avuto dall’inizio del proprio franchise incentrato sui supereroi e supercattivi DC.

Solo uno stramboide dalla bizzarra carriera come James Gunn poteva provare a salvare il DC Extended Universe dall’inabissamento; e sebbene le sorti di questo universo cinematografico restino molto incerte, una cosa mi appare assolutamente chiara, al momento: The Suicide Squad è (per me) uno dei migliori cinefumetti degli ultimi 10 anni, di gran lunga superiore a tutti i live-action prodotte finora dalla DC Films, e anche a gran parte delle solide ma francamente dimenticabili pellicole dei Marvel Cinematic Studios.

Ma allora… chi è ‘sto miracoloso James Gunn?

Alla fine degli anni ’90, il Nostro era in forze alla Troma, casa di produzione indipendente fondata nel 1974 da Lloyd Kaufman e Michael Herz, celebre in tutto il mondo per i suoi film politicamente scorretti, grondanti sangue e sesso. In quegli anni fu proprio sua la co-regia, in coppia con Kaufman, di Tromeo and Juliet (1996), folle rivisitazione in chiave erotico-splatter dell’omonima tragedia di Shakespeare.

“Piercing. Sesso perverso. Smembramenti. Le cose che hanno reso grande Shakespeare.”

Lasciata la Troma, Gunn si dedica a sceneggiare i due live-action di Scooby Doo (2002 e 2004) e il remake de L’Alba dei Morti Viventi (2004), di Zack Snyder, per poi tornare alla regia con Slither (2006) e Super! (2010), due piccoli gioielli di stile personale e di consapevolezza sul genere, rispettivamente quello horror e quello supereroistico con taglio realistico. Tra il 2008 e il 2009, firma anche, insieme ai fratelli Brian e Sean, una dissacrante webserie parodistica a tema pornografico, James Gunn’s PG Porn, che ha visto la partecipazione di stelle dell’hard di allora come Sasha Grey e Belladonna.

Ed è quindi a questo bizzarro personaggio che, nel 2014, i Marvel Studios decidono inaspettatamente di affidare la sceneggiatura e la regia del film sui Guardiani della Galassia, un gruppo di personaggi semi-sconosciuti e quindi pronti per essere reinventati. Distribuito in sala nel 2014, il film ottiene uno straordinario successo, venendo annoverato dalla critica come uno dei film più interessanti e riconoscibili episodi del Marvel Cinematic Universe. Gunn viene riconfermato al timone del sequel, Guardiani della Galassia Vol. 2 (2017) e sebbene l’impatto sia minore del primo, il ragazzo venuto dalla Troma è ormai lanciato nell’olimpo degli autori di Serie A. Proprio in quel momento, però, dal suo passato riemergono alcuni vecchi e stupidi tweet che lo portano al licenziamento da parte di Mamma Disney, la quale, si sa, alle polemiche reagisce sempre con le epurazioni.

Gunn viene quindi subito raccolto (con magnifica ed opportunistica furbizia) dalla Warner, che gli affida il complicato sequel/reboot del suddetto e catastrofico Suicide Squad. Dopo un po’, in seguito alle scuse del regista e agli appelli di pubblico e attori, uno su tutti Dave Bautista, interprete di Drax il Distruttore nei Guardiani, Gunn viene riassunto dalla Disney, che infine gli affiderà anche il terzo capitolo della saga cosmica di Casa Marvel.

We’re the bad guys… duh!

Dopo queste digressioni dedicate al film precedente e al regista, a mio modo di vedere abbastanza utili per meglio comprendere lo spirito di The Suicide Squad, andiamo ad analizzare da vicino la carne viva del film.

Non essendo recintato dai paletti di edulcorazione tipici dell’impostazione Marvel, Gunn dà libero sfogo al suo estro visionario, creando un’opera scorretta, violenta, a tratti addirittura sgradevole, ed eppure estremamente esaltante e stimolante, sia da un punto narrativo che estetico.

Fiori, urla e sangue… in abbondanza.

La trama è un puro orpello per gettare i membri della Suicide Squad in una condizione estrema che esalti i loro caratteri, tutti tratteggiati con cuore e attenzione, dai protagonisti fino ai comprimari. In una magistrale esemplificazione del principio narrativo detto “pistola di Čechov”, ogni personaggio o situazione del film serve appunto un preciso significato o necessità, e niente è lasciato al caso, nemmeno le motivazioni di un gigantesco Kaijū che devasta una città.

E così, tra assassini (apparentemente) senza scrupoli, soldati e funzionari (davvero) pronti a tutto, dittatori sanguinari spaccati tra manie di persecuzione e complessi di superiorità, mostri incompresi, crisi diplomatiche, sopraffazioni politiche e tanta violenza che ne genera altra all’infinito, il film ragiona con naturale spregiudicatezza su cosa vuol dire essere gli ultimi, gli emarginati, gli incompresi, gli scarti della società, insomma, i cattivi.

Il regista/sceneggiatore ci urla, al di sopra delle carneficine, delle esplosioni e dei palazzi che crollano, che la solitudine, il peso di un ideale, la devozione alla famiglia, i traumi, le perdite, le paure, il desiderio di libertà, il dolore inferto e quello subito sono condizioni psicologiche universali, e i confini tra le barricate non sono poi così netti come si pensa.

La regia cambia registro in maniera frenetica, eppure sempre perfettamente calibrata: dalla commedia nera si passa improvvisamente al thriller d’azione, dal kaijū eiga al dramma esistenziale, dal film spionistico all’horror splatter, e nessuno di questi cambi d’abito appare fuori luogo o frastornante, perché lo spettatore percepisce, senza che la sospensione d’incredulità ne risenta, che ogni scelta è comunque sempre al servizio dell’efficacia e dell’intensità dei personaggi.

Il vero motore del film sono infatti questi ultimi, a cui gli interpreti infondono un’energia tragicomica a dir poco travolgente, che rende oro ogni gag, ogni scontro, ogni momento corale.

Conclusioni

Personalmente, The Suicide Squad è, ad oggi, il miglior film di James Gunn: un cinecomic orgoglioso, discutibile, respingente, popolare, esilarante, inquietante e pregno di significati e considerazioni sui ruoli che le nostre scelte ci portano ad interpretare nella vita.

È l’espressione definitiva di un autore freak, e che ha quindi particolarmente a cuore i freak, come Tod Browning, come Tim Burton, e come tanti altri grandi autori che hanno magistralmente sviscerato i “cattivi” nei propri lavori.

E mi fermo qui, perché l’assurda ed appassionante esperienza di The Suicide Squad va assolutamente assaporata in prima persona… e soprattutto in sala!

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