Amiche e amici del Capri Comics, oggi torniamo a parlare di fumetti e lo facciamo occupandoci, per la prima volta in questo nostro piccolo spazio digitale, di uno dei più importanti personaggi di finzione mai emersi dal panorama culturale italiano: Dylan Dog.

Sì, perché l’Old Boy, che da ben 35 anni vive e combatte contro gli incubi, propri e altrui, è ormai riuscito a penetrare a fondo nell’immaginario collettivo, nostrano e non solo, grazie alla sua complessità psicologica e alle sue provocazioni culturali.

In questa sede non ci addentreremo troppo nella disamina del “fenomeno” Dylan Dog, anche perché chi scrive non ne è un conoscitore abbastanza navigato ed esperto, ma una cosa è certa: il dittico di albi di cui vogliamo parlarvi oggi, ovvero i numeri 416 e 417 della serie regolare, intitolati Il Detenuto e L’Ora del Giudizio, rappresenta una provocazione culturale di notevole livello, di quelle che mettono in moto il cervello e spingono alla discussione, indipendentemente dal fatto di essere o meno fan dell’Indagatore dell’Incubo.

Ma andiamo con ordine.

Premessa

Trattandosi di due storie collegate tra loro, parlarvene senza fare spoiler non renderebbe loro pienamente giustizia.

Tuttavia, siccome vi consigliamo di recuperarle e di approcciarvi ad esse con la mente il più possibile libera da influenze esterne, in questa prima parte dell’articolo ci limiteremo a fornirvi delle coordinate generali. Nella seconda parte, invece, cercheremo di addentrarci più a fondo nelle idee e negli stimoli che le due storie propongono al lettore.

Ma non preoccupatevi: la parte “spoiler” sarà ben contrassegnata e separata dalla prima.

Ora, però, bando alle ciance ed iniziamo…

Chi, come, cosa, quando…

Come già detto, Il Detenuto e L’Ora del Giudizio, numeri 416 e 417, sono una coppia di storie uscite sulla serie regolare dell’Indagatore dell’Incubo.

La prima è scritta da Mauro Uzzeo e disegnata da Arturo Lauria, mentre la seconda vede alla sceneggiatura Barbara Baraldi e alle matite Angelo Stano. Parliamo quindi di stili di scrittura e disegno molto diversi tra loro: da un lato la narrazione enigmatica di Uzzeo e le ombre abissali di Lauria, dall’altro lo sguardo simpatetico della Baraldi e le più “chiare” ma comunque stranianti atmosfere di Stano. Ciononostante, Il Detenuto e L’Ora del Giudizio riescono a compenetrarsi perfettamente, offrendo un horror della mente complesso e stimolante.

Da “Il Detenuto”

Dylan e la sua nuova fiamma Ilary si troveranno infatti incastrati, dopo un banale incidente, in un raccapricciante incubo labirintico, nel quale traumi, paure e dubbi si faranno letteralmente carne, perseguitandoli senza pietà. Orrori psicologici alla Silent Hill o The Evil Within si rincorrono forsennati tra le pagine del primo volume, fino ad un cliffhanger sconvolgente che conduce a capofitto nel secondo episodio, dove la vicenda rallenta e trova il suo compimento, rivelando un dramma umano terribilmente comune e spaventosamente quotidiano.

Da “L’Ora del Giudizio”

…e perchè?

Insomma: i numeri 416 e 417 sono pane per i denti dei Dylianiati più fedeli, ma sono anche una buona occasione per tornare ad appassionarsi alle disavventure dell’inquilino di Craven Road dopo averlo magari abbandonato per un po’, come a volte fisiologicamente accade con le serie di così lunga durata.

Forse, questi due numeri funzionano meno come entry level per chi non ha davvero mai letto Dylan Dog, a meno che non vi piacciano le presentazioni diciamo… scioccanti.

Dopotutto, è anche vero che il primo numero di Dylan Dog mai uscito, L’Alba dei Morti Viventi, anno 1986, scritto dall’ideatore della serie, Tiziano Sclavi, e disegnato proprio da Angelo Stano, rappresentò un vero e proprio punto di rottura nel panorama fumettistico dell’epoca, sia per impostazione di disegno che di narrazione.

In questo senso, Il Detenuto e L’Ora del Giudizio mantengono intatto lo spirito destabilizzante che sta alla base del DNA di Dylan Dog, un DNA che sta venendo riprogettato e riconsolidato grazie al recente (e personalmente necessario) rilancio voluto dal curatore Roberto Recchioni.

Spoiler warning

Amiche e amici del Capri Comics, la parte spoiler free di questa nostra disamina termina qui. Ciò che segue rivelerà più nel dettaglio gli snodi narrativi delle due storie in oggetto, per cui, se non le avete già lette, vi sconsigliamo di proseguire.

Non rovinatevi la sorpresa e correte a recuperare Il Detenuto e L’Ora del Giudizio. Poi, dopo averlo fatto, magari tornate qui e proseguite con la lettura, e se volete fateci sapere se siete o meno d’accordo col resto dell’analisi.

Per tutti i lettori che già conoscono Il Detenuto e L’Ora del Giudizio diamo invece il via alla parte spoiler.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

Sotto con gli spoiler: Gli incubi son desideri…

Cosa raccontano Il Detenuto e L’Ora del Giudizio? Ma, soprattutto, come lo raccontano?

Francisco Goya, “Il sonno della ragione genera mostri”, 1797

Nel primo episodio si parte con lo scenario classico di un albo di Dylan Dog: il Nostro è a cena con la sua nuova amica Ilary, e tra i due sembra scattare la scintilla. Usciti dal locale, la coppia si imbatte in due agenti di polizia intenti a scacciare in malo modo un senzatetto, il che spinge Ilary a chiedere spiegazioni. E già qui, nell’arco di poche vignette, Uzzeo e Lauria lanciano il sassolino che, rotolando giù dal fianco della montagna, si trasformerà in una rovinosa e letale frana.

L’interruzione della giovane ha evidentemente contrariato i poliziotti, nei cui occhi spiritati si è già palesato un desiderio di violenza, di sopraffazione.

“Documenti, prego” chiedono gli agenti a Ilary, e poi anche a Dylan, che, ahinoi, ha dimenticato il portafogli a casa. La soluzione sarebbe tuttavia molto semplice: l’Old Boy abita infatti a pochi passi, e potrebbe recuperare i suoi documenti in una manciata di secondi.

Tutto risolto, no?

No. Perché, gli orrori più spaventosi, a volte, sono annidati nelle situazioni più banali.

Gli agenti non vogliono sentire ragioni: dal loro punto di vista ottuso e maligno, le “persone sospette” si rifiutano di favorire i documenti, e devono quindi essere condotte in centrale per degli accertamenti. Loro malgrado, Dylan e Ilary accettano, ma la ragazza viene ferita quando uno dei poliziotti la forza all’interno dell’auto di pattuglia. Dylan allora interviene in suo soccorso, spinge via l’agente e…

“Questa è un’aggressione…”

Quello che poteva essere risolto come un banale malinteso si trasforma così in una colluttazione e poi in un pestaggio ai danni del povero Dylan, che implora pietà mentre gli agenti, nel frattempo raggiunti da alcuni rinforzi in divisa anti-sommossa, lo malmenano a calci e manganellate… e con occhi e lineamenti che non sono più davvero umani.

Persi i sensi, Dylan si risveglia in cella, dove si rende conto di essere accusato di un grave crimine. Non è chiaro quale, ma il nostro eroe è certo di essere innocente.

Il carcere, però, è sordo alle sue richieste di aiuto. E questo perché, secondo una certa mentalità “forcaiola”, purtroppo molto forte e seguita oggi, l’essere detenuto equivale all’essere colpevole, anche se si è in attesa di giudizio.

Da “Il Detenuto”

E, intanto, il detenuto Dog sente i muri della cella stringersi intorno a lui, schiacciandolo e facendogli perdere il senno. Ma questo non è che l’inizio, perché la detenzione di Dylan precipita sempre più in un baratro kafkiano popolato da mostruose figure che portano avanti oscuri riti metafisici: allegorie delle prigioni reali e delle prigioni della mente? Del senso di colpa? Dell’impotenza di fronte alle ingiustizie? Dell’impossibilità di comunicare ed empatizzare davvero coi propri simili? Del terrore di morire soli, esiliati, disprezzati, magari addirittura sapendo di essere innocenti? Dei traumi che ci disumanizzano e che ci portano a disumanizzare gli altri in una sorta di ciclo infinito di violenza?

Le possibili interpretazioni sono davvero tante, tutte però legate al concetto di libertà e alle sue reali ripercussioni sul quotidiano: cosa è, davvero, la libertà? Quali sono i suoi limiti? È giusto negarla? Come? E quando? E cosa accade quando viene negata?

Come tutte le storie davvero interessanti, Il Detenuto pone queste ed altre domande, e pur delineando una data propensione degli autori, lascia ai fruitori la discussione e le conclusioni vere e proprie.

L’aspetto onirico e oppressivo viene poi condensato dal tratto di Lauria, che distorce i corpi e gli spazi inondandoli di neri fino allo spasmo, fino quasi all’elevazione mistica del martirio. Sbarcato così sulla sponda opposta del dolore e della follia, Dylan emerge dalla cella e trova suo padre, il sovrintendente Bloch, che lo informa finalmente dell’accusa che gli è stata mossa: l’omicidio di Ilary.

E qui, sullo sguardo esterrefatto di Dylan, l’albo si chiude, crudele ed inesorabile come un pugno nello stomaco.

Il secondo episodio, L’Ora del Giudizio, parte quasi come un dramma procedurale, con Dylan accusato di avere concorso nella morte di Ilary, apparentemente deceduta in uno strano esperimento psichiatrico. In realtà, col proseguire della storia e con l’esasperarsi di visioni e sfasamenti della realtà, ci renderemo conto che l’intera vicenda, dalla cena al processo, passando dalla prigionia, erano in realtà manifestazioni del subconscio di Dylan, alimentate dall’influsso psichico di Ilary.

La mente della giovane è difatti terribilmente danneggiata da un trauma infantile mai superato: quello di aver causato, accidentalmente, la morte di suo fratello Kurt.

Disperata, la ragazza si era quindi affidata alle cure di un docente universitario, il professor Chilton, che aveva cercato di aiutarla utilizzando la teoria del “mindsight”, elaborata dal noto psichiatra statunitense Daniel J. Siegel. Tale processo consiste, in soldoni, nella capacità di focalizzarsi sulle relazioni sociali e sugli eventi vissuti, allenando la propria plasticità cerebrale a tal punto da isolare un trauma ed espellerlo dal subconscio al pari di una scoria nociva.

Da “L’Ora del Giudizio”

Nonostante tutti gli sforzi, la mente di Ilary è però sempre più devastata dal senso di colpa: i suoi mostri ed incubi iniziano così a materializzarsi e ad infettare il mondo reale e le persone che la circondano.

Sarà solo grazie all’amore e all’empatia di Dylan che Ilary riuscirà a perdonarsi e a ridare forza al suo io razionale, allegoricamente rappresentato dal fratellino morto anni prima. Il “male” viene quindi condensato, espulso e rinchiuso in una bambola, dando così modo alla ragazza di riappropriarsi finalmente della propria vita.

Il segno grafico di Stano, quadrato e sintetico, ma sempre fresco e “sporcato” da bianchi abbacinanti, macchie, bruciature e distorsioni, ci spinge dentro l’inferno personale di Ilary: un limbo di visioni orribili che, a poco a poco, sta diventando tutt’uno col mondo esterno, come spesso accade alle persone che soffrono sotto il peso di un qualche trauma.

Conclusioni

Il Detenuto e L’Ora del Giudizio propongono un crudo e duro viaggio attraverso e oltre il dolore, per quella che il curatore Roberto Recchioni definisce “una delle più importanti e complesse storie recenti di Dylan Dog”. Una definizione che, almeno personalmente, risulta assolutamente appropriata.

A parere di chi scrive, non tutte le recenti uscite della serie regolare sono all’altezza di questo folle dittico, ma l’attuale strada dell’innovazione nella continuità potrebbe condurre verso altri risultati davvero interessanti, con un Old Boy sempre fedele a se stesso, ma comunque sempre dinamico e adatto al contesto del mondo attuale.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.