Amiche e amici del Capri Comics, oggi vi parlo della seconda stagione di Batman: Caped Crusader, serie animata col Cavaliere Oscuro, disponibile su Prime Video. Per chi fosse interessato, al link di seguito trovate le mie opinioni opinioni sulla prima stagione, che avevo abbastanza apprezzato. 

Confronti 

Passando alla seconda stagione, la squadra produttiva e creativa subisce alcuni cambiamenti. Il veterano batmaniano Bruce Timm resta coinvolto, ma in maniera meno diretta, e tornano i registi J.J Abrams e Matt Reeves in veste di produttori esecutivi. Un assente eccellente è lo scrittore Ed Brubaker, che ha dovuto dedicarsi all’adattamento Prime Video di Criminal, fumetto poliziesco che lui stesso aveva creato con Sean Phillips. 

La prima stagione era un atto di amore in dieci episodi verso il personaggio, dalle sue origini noir e pulp degli anni ’40, all’iconicità pop dei film e delle serie degli anni ‘90. L’aspetto psicologico era notevole, con protagonisti, antagonisti e comprimari tutti a loro modo invischiati in traumi e fragilità date e amplificate dalle circostanze di una società corrotta ed iniqua. Il principale fulcro di interesse era il riassetto di alcuni canoni dell’universo DC, in particolare le origini, le caratteristiche o le dinamiche di alcuni personaggi. La progressione orizzontale della trama restava molto soft, preferendo una lenta salita verticale, con ogni episodio abbastanza racchiuso e stand alone.

La seconda stagione è… di nuovo tutto questo… e non molto altro o molto di meglio. I nuovi dieci episodi riprendono dalle premesse dei primi dieci, risultando così di conseguenza meno freschi di conseguenza. Interpretazioni solide, musiche drammaturgicamente calzanti, trovate di regia intriganti e una struttura che, senza inventare cercare o volere re-inventare la ruota, sa prendere dei personaggi con svariati decenni e reiterazioni sulle spalle e trovare il modo di inquadrarli in modo tale da suggerire un una ispirazione se non innovativa, quantomeno diversa dal solito e capace di aprire un discorso inconsueto rispetto ai canoni stabiliti. Anche i limiti, purtroppo, restano sostanzialmente gli stessi. Se il character design e gli ambienti conservano un’estetica semplice ma coerente con l’atmosfera rétro della serie, il comparto animato continua a rappresentare l’anello debole della produzione. I movimenti risultano spesso rigidi, troppo essenziali e, in alcune sequenze d’azione, persino sottotono. È un peccato, perché una direzione artistica di questo livello avrebbe meritato un budget e tempi di lavorazione capaci di valorizzarla pienamente. 

Al netto di ciò, questo secondo atto di Batman: Caped Crusader, resta un godibilissimo prodotto animato, più che meritevole di una visione fosse anche solo per l’entrata in scena del Joker, la nemesi per eccellenza di Batman, la negazione di ogni suo ideale, o forse l’altra faccia della sua medaglia. Di sicuro, questo Joker è uno dei principali punti salienti della serie, forse IL punto saliente della serie, per interpretazione, presentazione, scrittura, messa in scena. Sebbene non rivoluzionario come antagonista, è sicuramente abbastanza sorprendente come Joker in sé. 

Spoiler

E ora passiamo ad alcuni spoiler per elaborare un po’ più a fondo alcuni dettagli della serie. 

Iniziamo da Batman, che prosegue, con difficoltà ma con determinazione, il suo personale disgelo e la sua apertura empatica verso gli altri, raggiungendo ogni giorno di più una consapevolezza del suo ruolo come male necessario, come medicina amara, tanto per sé stesso quanto per gli altri. 

Anche Alfred si definisce sempre meglio nella sua missione di assistente, mentore, collaboratore, sodale, ma non senza screzi e incomprensioni che lui stesso rimuove e somatizza, e che si trova a rigettare fuori suo malgrado quando il gas del Joker lo trasforma in un bruto sadico e assetato di sangue, riportando a galla e amplificando tutte le sue paure e preoccupazioni verso il suo figlio putativo. 

Parlando di percorsi che vanno avanti, come non citare Barbara Gordon e suo padre Jim, i quali, ciascuno a modo proprio, continuano nella loro lotta per la giustizia, comprendendo sempre meglio le rispettive posizioni. Il banco di prova più duro spetta a Barbara, che deve imparare il perdono verso chi l’ha tradita e ferita, un redivivo Jim Corrigan trasformatosi in Spettro.

Poi ci sono anche le inversioni di marcia, ovvero l’impegno nel rinnovare e svecchiare certe caratterizzazioni, soprattutto quelle dei villain, emerge in particolare con L’Enigmista e con il Joker.

Il primo, Eddie Nygma, viene presentato come un gangster sadico e nevrastenico, completamente manovrato dalle proprie insicurezze e ossessionato dal successo e dalla necessità di dimostrare di essere un grande boss. Ciononostante, quando la sua grande occasione finalmente arriva, Eddie si dimostra del tutto incapace di tenere le redini dell’organizzazione criminale di Rupert Thorne quando questi scompare, rapito e assassinato in segreto dal Joker. Nel ripensare l’Enigmista, gli autori hanno abbandonato calzamaglie con punti interrogativi e indovinelli a rotta di collo, riportando il personaggio al suo nucleo essenziale: un narcisista patologico bisognoso di essere sempre il migliore nella stanza, il più acuto, il più fico, il più temuto, il più ammirato. Persino il soprannome “The Riddler” non deriva dai suoi indovinelli, che sono pochi, rozzi e sprezzanti, bensì dalla sua violenta propensione a crivellare di colpi nemici e luoghi che rapina, in quello che purtroppo è un gioco di parole intraducibile in italiano, laddove “riddle” significa sia “indovinello” che “crivellare”. È una reinterpretazione coraggiosa del personaggio, che funziona e rende particolarmente soddisfacente la sua patetica fine.

E arriviamo, infine, al Joker, il pezzo forte di questa seconda stagione, la minaccia nell’ombra già paventata al termine della prima, e che si palesa sempre di più col progredire degli episodi, per entrante in scena negli ultimi due. Anche con lui, la reinterpretazione è radicale ma calzante: questo Joker non scherza, non fa battute e soprattutto non ride… mai. O quasi. È un nichilista ieratico, serioso, aristocratico, cattedratico, deciso a dimostrare la sua teoria con il gelo di uno scienziato nazista: la società di massa è una farsa, uno scherzo di cattivo gusto, una macchina di follia e violenza, una macchia sul mondo; e allora tanto vale accelerarne la disgregazione attraverso una bella, sana e purificante apocalisse virale di follia omicida. Di certo non è il più originale dei piani. Anzi. Ma sono l’interpretazione, il design, la messa in scena e la scrittura a elevare la banalità dello spunto, rendendo particolarmente intrigante e inquietante questa versione della nemesi di Batman. Un Joker che vede nel Cavaliere Oscuro il proprio riflesso e che, proprio per questo, lo invita addirittura a una forma di fratellanza, sulla base delle loro evidenti similitudini. Batman, però, rifiuta la chiamata dell’Abisso, perché le sue tenebre contengono anche punti di luce, perché, a differenza del Joker, non è solo, può contare sugli altri, e gli altri possono contare su di lui. Ed è proprio qui, quando sembra ormai sconfitto, che il Joker, finalmente, scoppia in una risata liberatoria. È eccitato, estatico, dalla scoperta di avere ancora moltissimo da fare, in quanto sua teoria, per il momento, è stata confutata, certo, ma questo significa soltanto che gli serviranno ulteriori esperimenti, ulteriori tentativi, ulteriori dimostrazioni prima di arrivare alla lezione rivelatrice che vuole consegnare a Batman, e per suo tramite, al mondo. 

In definitiva, la seconda stagione di Batman: Caped Crusader non è un passo avanti, ma nemmeno un passo indietro: semplicemente, un buon ritorno tra le strade lugubri e gli abitanti disperati di Gotham, un ritorno che prepara le carte per un terzo appuntamento, il quale però attende ancora il via libera ufficiale. Personalmente, mi auguro che arrivi presto: sono rimasti diversi fili narrativi in sospeso e sarebbe un peccato non vederli ricongiungersi.

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Classe ‘92. Laureato in/appassionato di: lingue, letterature e culture straniere. Giornalista pubblicista, divoratore di storie, scribacchino di pensieri propri e traduttore di idee altrui.

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