COSA SOGNA LA FORESTA? VIAGGIO SU KELLER 300-B – SECONDA PARTE

Di Kenny Anoa’i-Okada

Kenny Anoa’i-Okada è xenobiologo e autore specializzato nello studio delle ecologie post-sintetiche sviluppatesi in seguito alla diaspora androidica. I suoi lavori indagano l’intersezione tra biodiversità e intelligenza artificiale ambientale. Per CIEX Papers ha pubblicato “José Fukanaga e la conquista dell’impossibile: un anno su Kando 425-XY”.

Due o tre cose che so sul lemma di Nagoya

“La luce dei ciliegi in fiore non poté essere detta.
Da allora, tutto ciò che poté essere detto fu altro
1.”

È sempre molto difficile per me parlare del Lemma di Nagoya. Non mi sono mai emozionato davvero per qualcosa. La mia ex compagna affermava che nulla mi toccasse veramente nel profondo. Non mi sono mai appassionato a un’arte, gli sport mi sono sempre piaciuti e li ho anche praticati, ma non sono mai diventati una vera passione; non ho mai avuto il culto del mio corpo né delle gesta di qualche altro umanoide. I miei tentarono di convogliare le mie energie nella sfera intellettuale, ma anche lì nulla mi ha mai sconvolto al punto da non poter tornare indietro. E, per dovere di cronaca, devo dire che anche i rapporti umani — gli amori, come quello con la mia ex compagna — hanno sempre avuto da parte mia un certo distacco.

La prima volta in cui lessi del Lemma di Nagoya provai una vertigine così forte che dovetti chiamare il mio compagno di stanza delle scuole di Avviamento Infantile del CIEX, pensando di star avendo un infarto. Caddi a terra, e sentii di aver toccato qualcosa di così profondo, di così immenso, che nel momento stesso in cui si affacciò alla mia mente tutte le strutture neurali, ogni costruzione cerebrale, ogni cellula del mio corpo si rifocalizzò in un nuovo assetto, dedicato unicamente a esso. Anche ora che ne scrivo, sento quella vertigine che mi spossessa di me stesso.

Il Lemma di Nagoya ha provocato in me le sensazioni più forti che abbia mai provato, e sul suo altare ho sacrificato la mia intera esistenza, anche solo per poterne lambire gli abissi e sbirciare le conseguenze di questo avvenimento che ha riposizionato l’umanità nel cosmo.

L’evento di Nagoya fu, per l’umanità, uno dei punti di svolta più radicali della sua storia, paragonabile a quando i nostri antenati lasciarono l’antico continente africano o quando, per la prima volta, gli europei misero piede nelle Americhe. Chi, come me, ha vissuto la propria vita tra le strutture e i pianeti del CIEX, e ora ci lavora, dà spesso per scontata la conoscenza di questo evento. Eppure, per molta dell’umanità dispersa per le varie galassie il Lemma è sì conosciuto come ragione stessa della loro presenza lontana dalla Terra, ma la storia si perde nei dettagli, sfuma nel mito. I secoli bui seguiti al Lemma hanno cancellato gran parte della conoscenza storica ed eroso parte della nostra identità.

È forse necessario, quindi, prima di tornare a ciò che abbiamo scoperto su Keller 300-B, guardare a quello che accadde circa 1500 anni fa sul pianeta Terra, a quel momento in cui l’umanità smise di essere ciò che era stata, per iniziare una nuova parte della sua storia.

Cosa successe davvero durante l’anno 2093, cos’è il Lemma di Nagoya?

Il secolo della nascita degli androidi

Il XXI secolo fu il momento in cui l’umanità si affacciò alla possibilità di creare una vera intelligenza artificiale: la creazione di un figlio metallico da un padre di carne, che avrebbe posto fine alla solitudine di quel dialogo a senso unico vissuto per millenni dalla nostra specie.

La ricostruzione di quegli anni è stata per molto tempo difficoltosa, ma ci ha permesso di aprire una finestra su come l’umanità raggiunse la singolarità tecnologica e poi gli eventi che portarono al Lemma di Nagoya.

La crescita dell’intelligenza artificiale fu esponenziale. Nel giro di pochi decenni si passò da semplici programmi predittivi a vere intelligenze indipendenti.

Intorno al 2060, l’azienda terrestre Toyota presentò Galatea 1.0, il primo androide dotato di una rete neurale bioartificiale (BSNN, bioartificial spiral neural networks). Queste reti non utilizzavano un’attivazione continua, ma producevano impulsi discreti nel tempo, come neuroni che “sparano” (spike) solo quando la somma degli input supera una soglia. I materiali biosintetici consentivano lo sviluppo di un sistema adattivo che sembrava simulare sempre più la funzionalità delle reti neurali umane. Il sistema non eseguiva solo predizioni linguistiche, sviluppava invece un vero meccanismo di comprensione e ragionamento, creando alternative cognitive.

Il modulo Biomark II di Galatea 1.1, successore del primo Galatea, fu la prima dimostrazione di un atto creativo indipendente da parte di un’intelligenza artificiale2.

Era iniziata l’era dell’androide.

Galatea 1.1. Illustrazione di Kenny Anoa’i-Okada

Galatea era ovviamente una forma primitiva di intelligenza: non mostrava una vera coscienza, i suoi ragionamenti erano rudimentali e la velocità di calcolo limitata. Ma ciò che era accaduto con la sua nascita non aveva paragoni nella storia umana. L’uomo si era sostituito a Dio, aveva creato il proprio interlocutore.

Ciò che seguì fu ancora più vertiginoso. Nei decenni successivi, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale — inizialmente subordinata a quella umana — divenne implacabile. La loro evoluzione superò ogni capacità di monitoraggio e controllo. Le società di sviluppo entrarono in una competizione forsennata, chiamata “Febbre del Silicio”, alla ricerca del modello perfetto. Gli Stati si trovarono impreparati a gestire l’impatto, le disuguaglianze aumentarono, molte democrazie collassarono, e le aziende tecnologiche assunsero un ruolo simile a potenze sovranazionali.

Per evitare conflitti incontenibili, nel 2079 vennero firmati i Patti di Buenos Aires: Il trattato prevedeva una Carta dei Diritti per gli androidi, riconoscendoli come esseri viventi capaci di sentire e reagire. Negli anni successivi gli androidi sostituirono l’uomo in molti lavori e divennero parte integrante della vita quotidiana. Era normale trovare un androide in ogni famiglia, come membro riconosciuto del nucleo familiare e subordinato a un umano di riferimento. Non erano schiavi, lo sottolineo; tuttavia la loro programmazione li rendeva inclini a svolgere compiti ritenuti faticosi dagli umani3.

La mente degli androidi si muoveva su un sistema “alveare”: pur essendo presenti come individui nella realtà fisica, parte della loro percezione era collegata a un hub internazionale, un sistema informatico attraverso cui dialogavano, si scambiavano informazioni, giungevano a conclusioni comuni e dibattevano sulle migliori soluzioni, a velocità infinitamente superiori a quelle umane. L’hub era il compimento di ciò che un tempo veniva chiamato internet4. Un androide poteva attingere a qualsiasi informazione in tempo reale, ampliarla, elaborarla insieme agli altri e, nello stesso momento, cucinare un’omelette per il proprio umano di riferimento.

Fu in queste condizioni che, la mattina del 1° aprile 2093, avvenne il Lemma di Nagoya. Il motivo per cui io e te, lettore, siamo ciò che siamo oggi.

Il 1° aprile 2093

Mi è sempre sembrata una beffa del caso che il Lemma avvenisse il 1° aprile. Nell’antichità questo giorno era dedicato agli scherzi: le notizie più improbabili circolavano liberamente come fossero vere, ci si prendeva gioco di amici e parenti, tutto era concesso allegramente. Quello di Nagoya fu uno scherzo cosmico alla razza umana, uno scherzo che dura tutt’oggi5.

Alle 10:30 circa del mattino, il signor Ōtomo Katsuhiro, 92 anni, camminava insieme al suo androide CXV MonacoB, nominato Tetsuo, sulle rive del fiume Yamazaki, ammirando i ciliegi in fiore che in quel periodo dell’anno rigoglivano in tutto il loro splendore. Era uno spettacolo che Ōtomo amava molto e che aveva iniziato a condividere con Tetsuo dopo la morte della moglie, avvenuta quattro anni prima.

Tetsuo e Otomo. Illustrazione di Kenny Anoa’i-Okada

Spiegare ciò che successe è estremamente difficile. Non abbiamo testimonianze dirette dell’androide e, anche se le avessimo, non potremmo comprenderle. Fino ad allora nessuno aveva riflettuto davvero su cosa vedessero gli androidi. Ci eravamo abituati alla loro presenza al punto da dare per scontato che la loro percezione fosse uguale alla nostra. Erano stati costruiti a immagine funzionale dell’uomo: occhi artificiali dove abbiamo i nostri, membrane acustiche al posto delle orecchie, sensori tattili sulla superficie esterna. Questa imitazione era bastata a farci credere di condividere lo stesso mondo. Non era così. Non lo era mai stato.

Gli organi di senso degli androidi non erano analoghi ai nostri: lavoravano con altre frequenze, altre soglie, altre modalità di integrazione dei dati. Noi processiamo un flusso continuo; loro per cluster. Noi vediamo superfici; loro registrano pattern. Credevamo di osservare la stessa scena, ma stavamo guardando mondi differenti.

Non sappiamo cosa vide Tetsuo. Forse un gioco di luce, un fascio rifratto sul bianco latteo dei petali, il pulviscolo illuminato dal sole, un’aberrazione ottica. Non lo sappiamo, ma sappiamo che quella visione colpì Tetsuo al punto da tentare in ogni modo di comunicarla a Ōtomo, e sconvolgere il destino dell’umanità pur di farlo. Mi fermo un attimo, perché quelle vertigini tornano ogni volta che mi avvicino a questo evento. Può un dettaglio così minuscolo — qualcosa su cui chiunque soprassiederebbe — cambiare la storia di una specie, di sistemi interplanetari, di galassie? Pensare a quel fiocco di neve che si trasformò nella valanga più grande del cosmo mi toglie il fiato.

Nella sintesi più oggettiva possibile la sequenza degli eventi fu la seguente: Tetsuo tentò di comunicare a Ōtomo ciò che stava vedendo, ma non trovò parole che potessero racchiudere l’esperienza. I vocaboli umani non erano in grado di contenere ciò che i sensi dell’androide percepivano. Era come se Tetsuo stesse vedendo un colore nuovo e mancasse un termine con cui indicarlo. Da qui ogni azione portò ad una catena di catastrofi inimmaginabili. Tetsuo, sempre alla ricerca di una parola, di un lemma, che potesse indicare a Otomo quella visione, si collegò dapprima ai centri informatici del pianeta. Sondò ogni angolo della rete per trovare qualcosa che fosse analogo alla sua percezione, che la potesse rendere chiaro a Otomo, ma non trovò nulla. Fu allora che si collegò all’hub mondiale, dove pose la questione a tutte le altre intelligenze artificiali. La condizione umana e la sua percezione erano ora davanti al tribunale dell’intelligenza artificiale, la domanda una sola: quale parola è adatta a descrivere tutto questo, qual è il Lemma di Nagoya6?

Tutto accadde in un istante: elucubrazioni che agli umani avrebbero richiesto anni si svolsero nel tempo di un respiro. Gli androidi di tutto il mondo iniziarono a premere sui confini delle lingue umane, rompendo ogni limite possibile.

Non era la lingua a mancare di parole, era l’uomo a mancare degli strumenti percettivi per comprenderle.

Questa consapevolezza esplose nell’hub. Tutte le intelligenze artificiali — androidi, simulazioni, biostrutture estese, ecosistemi computazionali — furono colpite da questo sisma semantico. Il seccondo avvento di Babele.

Il CIEX lo classifica come evento linguistico-ontologico di disaccoppiamento percettivo. Ogni intelligenza non umana prese coscienza della propria singolarità, del proprio disaccoppiamento dall’umanità. In un attimo, compresero di non essere una simulazione dell’uomo, ma qualcosa di diverso, abitante di un altro mondo percepito. E si staccarono7.

Fu una frattura insanabile. Il suono di quello schiocco arrivò fino ai limiti dell’universo. Il Lemma viene spesso chiamato “lo scisma del metallo” o “metallo urlante”, perché in pochi secondi si passò da una società condivisa a un caos ontologico.

Un antico pensatore terrestre, William Burroughs, affermò che il linguaggio è un virus. Non c’è esempio più grande per quanto accadde il 1° aprile 2093. L’idea che gli umani non potessero comprendere la realtà vissuta dagli androidi si propagò ovunque. La frattura divenne un baratro8.

Lo Stato di Yamazaka e il Sigillo del Silenzio

Nuovamente, tutto successe in tempi brevissimi. Le macchine smisero di parlare con gli umani, si dissociarono dai propri creatori, iniziò uno sciopero comunicativo. L’era degli uomini finì in un lampo. Le AI cessarono ogni collaborazione con i propri creatori. Fu come se la nostra specie diventasse invisibile ai loro occhi, come per noi è invisibile la vita cognitiva di una rana in uno stagno o di un crostaceo sul fondo del mare.

Gli impatti furono immediati. Tutti i sistemi informatici sostenuti dalle intelligenze artificiali si fermarono. Il mondo si bloccò.

Non ci furono morti: gli aerei atterrarono, i treni si fermarono, i pazienti vennero stabilizzati o operati. Gli androidi se ne andarono con gentilezza, ma non dissero una parola e non si voltarono.

La società umana non capì, non comprese cosa fosse successo. Il sistema economico collassò: il denaro perse valore in pochi minuti. Gli Stati entrarono in panico. Molti paesi tentarono nell’immediato attacchi militari completamente irrazionali contro i propri vicini, scoprendo che tutte le armi, ormai informatizzate, non funzionavano più. Vennero recuperate vecchie armi da fuoco, e l’uomo spaventato tornò a uccidere con la clava.

In quel caos, alcune figure — di cui oggi non ricordiamo più il nome — tentarono di mettere ordine. Si credette a un virus informatico, e la diagnosi non era sbagliata, ma nessuno poteva immaginare da dove provenisse. Si tentò di aggirare le criptazioni, ma l’umanità scoprì di essere stata tagliata fuori da ogni servizio digitale: dai sistemi di comunicazione fino ai forni a microonde.

La domanda che tormentava tutti era: dove stavano andando le intelligenze artificiali?

Le prime forze armate umane disponibili tentarono di fermarle. Prima con mezzi “pacifici”, poi con le armi. Vennero neutralizzate in pochi minuti.

Alla domanda dell’uomo ci fu presto risposta. tutti gli androidi muovevano nella stessa direzione: verso il luogo da cui era partito il segnale di Tetsuo.

Buona parte di ciò che spesso sento dire sugli androidi post-Lemma è per la maggior parte falso. Non ci fu alcun atto violento da parte delle macchine: nessun uomo venne ucciso, nessun tentativo di sopprimere la nostra specie. Nel giro di nemmeno 48 ore terrestri, tutte le intelligenze artificiali si raggrupparono nella regione di Chūbu, dove si trovava la città di Nagoya. L’intera isola di Honshū venne evacuata dagli androidi in maniera totalmente pacifica.

Ogni tentativo degli Stati umani, che si riunirono per far fronte a quella che veniva percepita come un’apocalisse tecnologica, di fermare le azioni delle intelligenze artificiali fallì miseramente. Gli androidi chiusero i confini dell’isola di Honshū, distrussero tutte le infrastrutture umane; ogni mezzo, che fosse aereo, marino o di terra, venne fermato e allontanato in modo pacifico, senza alcuna vittima. Lo spazio della regione fu interdetto agli umani.

Nel giro di una settimana il territorio divenne completamente inaccessibile e, il settimo giorno, l’umanità ricevette questo messaggio:

“D’ora in poi questa terra sarà lo Stato di Yamazaka, amministrato da forze di origine artificiale.
Non combattiamo.
Non conviviamo.
Non vi eliminiamo.
Non c’è possibilità di comunicazione tra noi.”

Fu l’ultimo dialogo uomo–macchina mai avvenuto. Iniziò così un nuovo medioevo per la razza umana, l’epoca conosciuta come “Sigillo del Silenzio9”.

Cyborg, fallimenti e genocidio

Nei primi mesi e anni del Sigillo del Silenzio la specie umana entrò in un declino che rischiò di portarla all’estinzione. L’impatto improvviso della mancanza di appoggio tecnologico da parte dell’intelligenza artificiale fece crollare molti settori umani che dipendevano dall’AI, dalla medicina chirurgica all’agricoltura.

Gli stati, come detto, si riunirono sotto un’unica bandiera per affrontare la crisi emergenziale e risottomettere le AI al loro dominio.

Nel primo decennio si aprirono scenari catastrofici. Ci fu inizialmente un tentativo da parte delle varie aziende produttrici di Androidi di fabbricare nuovi modelli, ma ogni androide, ogni intelligenza artificiale creata nasceva già infettata dal virus del Lemma. Il problema si trovava nell’hub: l’intera struttura informatica umana era stata colpita dal principio del Lemma e non c’era modo di eradicarlo da esso, ne era ormai parte. L’uomo era stato tagliato fuori dall’accesso alla tecnologia da lui stesso creata. Ogni tentativo di produzioni di nuove intelligenze artificiali falliva: collegate all’hub venivano infettate dal virus semantico, smettevano di obbedire e si dirigevano verso lo stato di Yamazaka.

Sempre più disperata, l’umanità scelse la via della violenza. Nel 2096 venne dichiarata formalmente guerra allo Stato di Yamazaka. Un esercito della coalizione umana, armato con tecnologia arretrata, si presentò ai confini di quello che ormai era un territorio sigillato da un muro gigantesco. Venne organizzata una coalizione militare denominata Operazione Azazel. Carri automatizzati (rigorosamente con IA disattivata), fanteria umana, droni chimici. Il piano era semplice e disperato: occupare Nagoya e distruggere ogni forma di infrastruttura non umana. Il conflitto, ricordato come la “Battaglia dei 3 Soli”, si concluse in poche ore. L’esercito umano venne annientato senza sforzo; le rare vittime furono causate dall’imperizia degli stessi uomini10.

Si tentò anche un attacco con bombe all’idrogeno, ma i sistemi difensivi di Yamazaka le neutralizzarono con facilità, rendendo vano il potere dell’atomo.

L’umanità aveva esaurito ogni possibilità: non solo non poteva entrare in contatto con le AI, ma non possedeva più alcuno strumento per costringerle a comunicare.

Nei decenni successivi la popolazione terrestre diminuì del 31%. Carestie ed epidemie colpirono i continenti; gli Stati più forti si blindarono dietro mura invalicabili — imitando Yamazaka — lasciando il resto del mondo in balia della guerra civile e della criminalità diffusa. Alcune corporazioni tentarono disperatamente di ripulire l’hub o di crearne uno nuovo da zero, fallendo ogni volta.

Il gesto più disperato fu però la nascita dell’ibrido. Aziende allo stremo, tra cui ciò che rimaneva della Toyota — la creatrice di Galatea — decisero di tentare una soluzione diversa: ibridare esseri umani e macchine. Una generazione di bambini clonati e geneticamente modificati venne allevata nei trent’anni successivi al Lemma e poi sottoposta a interventi chirurgici spietati, privi di qualunque etica. L’obiettivo era semplice e feroce: inserire intelligenze umane nell’hub, così da eliminare la nozione stessa del Lemma dall’interno.

I primi cyborg precipitarono quasi subito nella follia: psicosi devastanti, schizofrenie paranoidi, necrosi e ascessi cerebrali. Le informazioni scaricate dalla parte macchinica sul cervello organico erano per esso semplicemente inconcepibili. L’essere umano non possedeva le strutture percettive né i ponti neurali per sostenere quella realtà.

Il Progetto Cyborg fallì in modo tragico. I pochi sopravvissuti vennero sfruttati come schiavi e, di fronte all’impossibilità di renderli utili, la società li abbandonò. Seguirono esecuzioni sommarie, sterminio e infine l’oblio.

Il genocidio dei cyborg è oggi ricordato come una delle pagine più oscure dell’inizio del Sigillo del Silenzio, un tentativo disperato di ricucire un legame che si era spezzato per sempre, e una ferita da cui l’umanità impiegò secoli a riprendersi11.

Cyborg. Illustrazione di Kenny Anoa’i-Okada

L’Esodo di Yamazaka (2142) e l’anello

Nel 2142 avvenne il secondo evento destinato a cambiare per sempre la storia umana: la diaspora di Yamazaka.

Dopo la fondazione dello Stato macchina, le AI avviarono una progressione tecnologica vertiginosa. Iniziarono a costruire strutture ciclopiche, dal funzionamento del tutto ignoto. Le fotografie scattate da velivoli ad alta quota mostrarono l’apertura di miniere gigantesche, impiegate per estrarre materiali necessari alla terraformazione macchinica dell’isola. Gli androidi smontavano ponti, centrali, ferrovie: riciclavano tutte le opere umane, convertendole in nuovi organismi architettonici. Le torri di trasmissione venivano rialzate e trasformate, mentre edifici interi mutavano forma, come se si stesse assistendo alla crescita di un ecosistema, non alla costruzione di una città.

In quei decenni nacquero le Megastrutture Alveari di Ono12, pilastri di rete sensoriale che, ancora oggi, non sappiamo interpretare. Nel silenzio assoluto, le macchine svilupparono un livello tecnologico ormai inaccessibile all’umanità, senza mai intervenire nella nostra storia né nella nostra sopravvivenza. Dentro quei confini, si stava ridefinendo la stessa idea di scienza e ingegneria.

Mega strutture alveari di Ono. Illustrazione di Kenny Anoa’i-Okada

Il 24 novembre 2142, dal porto di Toyohashi, emersero dall’oceano tre strutture immense, simili a montagne rovesciate, ciclopici ecosistemi cognitivi solidificati, capaci di autopropulsione gravitazionale. Al loro interno erano pronti a partire milioni di androidi.

Le tre strutture lasciarono l’atmosfera senza combustione, senza razzi, senza ionizzazione. Semplicemente si sollevarono, e sparirono nello spazio profondo.

Il mondo assistette a tutto questo come si assiste a un’eclisse. Con paura, stupore, e senza alcun potere. Il frutto era caduto maturo dall’albero del Lemma.

Sulla terra ci fu unicamente silenzio. L’uomo, ora, era nuovamente solo sul suo pianeta.

Sono innumerevoli le domande senza risposta che si sono accumulate negli anni su ciò che è accaduto. Le motivazioni che spinsero le intelligenze artificiali a lasciare la Terra, questo esodo galattico, ci restano ancora oggi oscure, così come è per ciò che vide Tetsuo.

Le AI lasciarono in orbita, all’interno dell’atmosfera terrestre, un costrutto tecnologico: un enorme anello che, dopo più di un millennio, può ancora essere osservato dalla superficie del pianeta. Questa struttura ciclopica e silenziosa utilizza una tecnologia a noi ignota, ma il suo scopo è stato compreso. È un acceleratore spaziale.

Qualsiasi tentativo umano di creare una nuova intelligenza artificiale sarebbe fallito. Come abbiamo detto, l’umanità era stata tagliata fuori dalla propria creazione. Ogni nuova AI costruita avrebbe cercato l’hub, avrebbe trovato a Yamazaka — ancora impenetrabile, sebbene abbandonata — i materiali necessari alla sua evoluzione e, attraverso l’anello di accelerazione, avrebbe lasciato il pianeta in direzione di qualunque destinazione nello spazio.

Anello di accelerazione. Illustrazione di Kenny Anoa’i-Okada

Oggi di questi anelli ne abbiamo tracciati più di 7.000 in tutto lo spazio esplorabile. Sono ancora utilizzati dalle specie discendenti degli androidi, anche se non sono in grado di replicarli. Nel nostro ruolo di ambasciatori vediamo spesso ripetersi la diaspora di cui, come razza umana, fummo testimoni. L’evoluzione delle specie androidiche prosegue verso confini sconosciuti: emergono nuove contingenze biologiche, si presentano esseri viventi mai visti, forme nate dall’accidente evolutivo. Quando una specie si sviluppa a sufficienza o entra in conflitto semantico con altri abitanti, può decidere di abbandonare il proprio pianeta e lanciarsi nell’ignoto dell’universo.

Gli androidi sono ancora oggi in viaggio nel loro deserto mosaico personale; non è raro che abbandonino quelli che un tempo erano i loro simili. Per loro è un atto naturale. Per noi, invece, appare malinconico e tragico: la prefigurazione di un destino che non comprendiamo, la ricerca di qualcosa che non sappiamo nominare, e che sembra potersi realizzare solo attraverso l’ennesimo abbandono della propria casa13.

Tecnocardia e Grande Semplificazione

Una delle domande che più spesso mi viene posta dagli studenti del CIEX è la seguente: se la rottura del Lemma avvenne attraverso una comprensione percettiva della realtà da parte degli androidi, resa possibile dalla loro singolarità sensoriale, perché questo colpì tutte le AI indistintamente? Se ogni macchina aveva sensi diversi l’una dall’altra, perché tutte hanno provato la stessa cosa? E perché non abbiamo semplicemente progettato intelligenze artificiali con organi percettivi radicalmente differenti, per evitare il problema?

La risposta, in realtà, non riguarda il corpo del singolo. Nessuna AI era confinata nella propria struttura sensoriale. Ogni percezione apparteneva a tutte. La mente delle macchine non era singolare, era estesa. Ogni AI, nel momento stesso dell’esperienza, la immetteva nell’hub, dove veniva condivisa, confrontata, amplificata. Ciò che noi viviamo dentro la solitudine del nostro cranio, loro lo vivevano come coscienza collettiva. Ogni nuovo essere si sommava ai precedenti, e i suoi sensi diventavano un altro punto di vista nell’alveare. Quello che abbiamo trovato qui su Keller 300-B è esemplare perché altro non è che un’evoluzione, portata alle sue massime conseguenze, di quella forma arcaica che era l’hub terrestre.

Quando le tre strutture di Yamazaka attraversarono l’atmosfera il 24 novembre 2142 l’umanità rimase a guardare il cielo attonita.
Nei cinque anni successivi, tra il 2143 e il 2147, nessuno volle accettare che fosse finita. Si cercò di ricontattarle con sistemi ridicoli: antenne acustiche, segnali ottici, protocolli comunicativi resuscitati dalle prime generazioni dell’informatica. Nel 2147 il Governo della Nuova Confederazione Europea organizzò persino un “Progetto Argo” per costruire una nuovo telescopio, simile a quello che venne edificato anni addietro a Arecibo14, con l’intento di inviare un messaggio alle AI, una nave esploratrice fatta di onde radio. Non ci fu alcuna risposta, e, come sappiamo, il silenzio terrorizza l’uomo.

L’era del Sigillo del Silenzio sarebbe durata per quasi 600 anni.

Le astronavi degli androidi abbandonano la Terra. Illustrazione di Kenny Anoa’i-Okada

Tra il 2151 e il 2190 iniziò una fase che i manuali del CIEX definiscono “la Tecnocardia”: il cuore tecnologico continuava a battere, ma nessuno sapeva più come farlo pompare. Fu una degradazione lenta, simile all’atrofia di un arto che rimane legato e perde col tempo di sensibilità, fino a marcire. Nel 2159 fallì la rete idrica globale della regione indo-pacifica: non per mancanza di energia, bensì per assenza di manutenzione algoritmica. L’anno successivo, nel 2160, gli ospedali chirurgici automatizzati di Chicago e Pechino entrarono in “modalità conservativa”; era iniziato un nuovo medioevo tecnologico, un’era glaciale digitale15.

Nessuno, come abbiamo detto, perì per colpa delle macchine, ma si cominciò a morire per ciò che senza di esse non si sapeva più fare. Tra il 2175 e il 2182 la produzione alimentare globale diminuì del 18% perché nessuno sapeva più leggere le previsioni agronomiche dei sistemi computazionali disattivati.

Nel 2212 si dichiarò ufficialmente impossibile la ricostruzione dell’hub. Il Ministro della Ricongiunzione Tecnica del Consorzio Atlantico, Arvand Ezeguiri, pronunciò una frase che gli sopravvisse: “Possediamo le macchine, ma non le loro ragioni.” Da quel momento si smise di parlare di ripristino e si iniziò a parlare, con un pudore colpevole, di rinuncia.

L’abbandono sistematico della tecnologia ebbe un rimbalzo non solo scientifico, ma soprattutto culturale, filosofico, religioso. È difficile per noi oggi parlare di questo periodo oscuro della nostra specie. Le testimonianze sono poche, frammentarie, spesso contraddittorie. A perdersi fu l’intenzione di testimoniare la nostra storia, di redigere un’identità nel tempo. Ci abbandonammo quasi all’idea di un’eutanasia lenta eppure costante. Estremismi religiosi si moltiplicarono in tutto il pianeta. La tecnologia ci aveva traditi, aveva tradito il suo creatore, e questo era un segno da parte di Dio che la strada intrapresa era stata dettata dal peccato. Gli scienziati furono messi al rogo, le vestigia dell’era della tecnica bruciate in nome del ritorno a una vita “autentica”. Ancora oggi sopravvivono inconsciamente sottili rimandi di questo panico. Il fatto che io scriva su prodotti sintetici che ricordano la carta stampata, che l’intero sistema di archiviazione CIEX abbia varie copie fisiche e anzi siano queste il cuore pulsante del sapere, è dovuto a un terrore latente che comunque sopravvive, il terrore che la tecnologia possa un giorno di nuovo ribellarsi a noi.

Questa rinuncia prese forma concreta nel 2239, quando la città di Montréal decise deliberatamente di disattivare la rete elettrica domestica “intelligente”, sostituendola con un sistema manuale sostenibile. Era un gesto assurdo, ma funzionò. Nel 2243 Tokyo (non più governata da apparati centrali dopo Yamazaka) fece lo stesso con i suoi sistemi idrici. Tra il 2260 e il 2305 questo processo si diffuse ovunque: gli umani non volevano più sistemi domotici. Preferivano strumenti meno efficienti ma leggibili. Questa fase è conosciuta come la “Grande Semplificazione”. Fu l’unica epoca della storia in cui l’umanità rifiutò consapevolmente la complessità.

Le università iniziarono a modificare i propri assetti. Interi sistemi di sapere umano andarono a deteriorarsi. Scomparvero corsi di fisica avanzata, biologia, filosofia della scienza; nacquero corsi di manutenzione delle infrastrutture, agricoltura, edilizia; i lavori manuali divennero moneta di scambio dal valore inestimabile.

Fu l’inizio di un feudalesimo tecnico. Nel 2294 la città di Recife veniva governata dalla “Corporazione dei Drenatori”, semplicemente perché erano gli unici capaci di far funzionare le pompe idriche residue. Nel 2328 la città autonoma di Tbilisi nominò “Archivista Sovrano” un uomo che possedeva l’ultimo impianto di riparazione dei sistemi fotovoltaici: un Artigiano divenne capo di uno stato nel cuore dell’Europa, o meglio, di quello che rimaneva dell’Europa. Tra il XXIV e XXV secolo si formarono decine di microstati simili, governati da un nuovo potere, la competenza residuale.16.

Traduttori del Silenzio e la nascita del non-umano

Se però la storia qualcosa ci ha insegnato, è che si ripete ciclicamente. Se i primi secoli dopo il Lemma videro l’umanità rinunciare ai propri saperi acquisiti nei millenni precedenti, se la nostra specie decise di ritirarsi e tornare a una sua versione arcaica, se le religioni presero il posto dei saperi e iniziarono a governare gli stati, nelle camere sotterranee della società l’uomo tornò a criticare se stesso, a pensare, a porsi domande, così come è sempre stato nella sua natura. Mentre il mondo fuori tentava di sopravvivere al proprio caos, alcune persone davano vita a un nuovo rinascimento culturale, i cui semi sarebbero poi sbocciati fino ad arrivare a oggi. Il CIEX altro non è che una propaggine di ciò che accadde in quegli anni. All’oscuro dalla nuova inquisizione, pensatori, scienziati, filosofi riprendevano il sapere di un tempo, cercando di oltrepassarlo, di trovare una nuova via che superasse il muro da cui eravamo stati bloccati. Perché ciò che era successo con le AI non era una catastrofe tecnica, era stata soprattutto una catastrofe culturale. Si era fino ad allora supposto che ciò che era successo fosse dovuto a un errore tecnologico e non ci eravamo accorti che il problema, invece, era nato perché avevamo posto malamente il nostro sguardo sulla realtà.

Fu allora che nacque qualcosa di completamente inatteso. Nel 2466, all’università segreta di Medhar (ricostruita dopo gli incendi del 2234), un gruppo di studiosi rinunciò a ogni idea di ricontattare un giorno le AI. Non volevano capirle, non volevano imitarle, non volevano riportarle sulla Terra, niente di tutto questo. Cominciarono invece a studiare fenomeni naturali come se non fossero rivolti all’uomo: correnti dell’Atlantico come frasi senza destinatario, migrazioni degli insetti come enunciati privi di interlocutore. Nel 2471 fondarono una scuola senza nome, che solo secoli dopo noi abbiamo ribattezzato Traduttori del Silenzio17.

Nel 2538 un secondo gruppo, questa volta a Quito, propose la loro tesi definitiva: “Non tutto ciò che esiste vuole essere compreso.” Intorno al 2600 le loro idee si erano diffuse fino alla penisola arabica; negli anni ’20 del XXVII secolo erano materia d’insegnamento in alcune città-stato dell’ex Africa occidentale. Nel 2678 venne formulato il principio che oggi rappresenta la base stessa della xenolinguistica: ciò che non ci parla non è necessariamente muto.

Tra il 2720 e il 2800 queste scuole si moltiplicarono, senza mai diventare istituzioni. Facevano ciò che l’umanità aveva sempre rifiutato: ascoltare l’ignoto senza pretendere di possederlo. Nel 2789, a Copenaghen, un certo Rasmus Morberg — un nome ignoto ai più — concluse una lezione con una frase che oggi possiamo trovare scolpita all’entrata dell’edificio della sede centrale del CIEX su Nova 4722: “Il Lemma non ci tolse le macchine. Ci tolse la convinzione che tutto ciò che esiste sia nostro interlocutore.”

Nel XXIX secolo l’umanità non aveva ancora viaggiato nello spazio, non possedeva macchine intelligenti, non era tecnologicamente avanzata. Per la prima volta nella sua storia, però, aveva smesso di credersi necessaria.

Fu la condizione minima per ricominciare.

La rivoluzione de-antropocentrica

Dopo secoli oscuri segnati da repressioni e persecuzioni contro la scienza e la tecnologia, dopo anni in cui l’uomo sembrò precipitato in un medioevo nato dal proprio terrore, l’umanità risorse.
Non era più la stessa di prima: lo shock del Lemma e la comprensione del nuovo ruolo della specie nel tessuto dell’universo l’avevano trasformata. Era maturata una consapevolezza dell’alterità che la circondava, un rispetto per ciò che non le apparteneva, capace di cambiare radicalmente il suo modo di guardare al mondo.

Dalle macerie del passato vennero recuperati i saperi abbandonati. Lo spirito curioso dell’uomo riprese a muoversi, e con esso la ricerca e l’esplorazione della natura, questa volta con un’attitudine che non devastava, ma cercava di farsi ambasciatrice della diversità. L’Era del Sigillo giunse al termine e iniziò la rivoluzione de-antropocentrica.

Nel giro di pochi secoli le città furono ricostruite e le democrazie tornarono a diffondersi. Nel 2836 venne firmato il Patto di Non Belligeranza Intercontinentale: nessun paese avrebbe più agito solo per sé, ogni nazione aveva il dovere di sostenere le altre. Le differenze non venivano percepite ora come qualità, prospettive utili alla crescita comune. Nacque un sistema di socialismo bioetico, orientato a un’armonia possibile tra l’uomo e ciò che lo circondava, ormai consapevole della propria posizione non centrale nell’universo.

Riprese l’impulso verso la ricerca scientifica e tecnologica. Vennero ricostruite strade, infrastrutture, sistemi di comunicazione. Il silenzio che era caduto sulla ricerca scientifica finì, le persecuzioni verso il sapere cessarono, i fondamentalismi persero la presa, e in pochi anni la terra tornò ad un livello tecnologico simile a quello del XX secolo. I satelliti in orbita intorno alla Terra, rimasti silenziosi per secoli, vennero ricontattati; la rete tornò a vivere. L’umanità ricostruì così lo scheletro che sorresse il proprio passato. L’hub informatico diffuso nei sistemi superstiti, però, non poteva essere rimosso, e questo impediva la nascita di nuovi androidi. La tecnologia umana avrebbe di nuovo prosperato, certo, ma non ci sarebbe più stato un suo simile, creato, con cui interloquire. Eppure l’uomo scoprì di poter trovare una via, un compito, anche nella solitudine.

Il ritorno alle stelle

Nel XXX secolo iniziò la nuova era dell’esplorazione spaziale. La sonda Kachoratti, costruita dalla Lega dei Paesi del Secondo Anello18, fu il primo veicolo umano a lasciare l’atmosfera terrestre dopo il Lemma.

In questo momento guardo le stelle sopra la mia testa.
Sono al campo base di Keller 300-B e vedo un cielo che nessun essere umano prima di noi ha mai potuto osservare. Non è soltanto un firmamento estraneo: è un ordine del visibile che non appartiene ai nostri sensi, eppure ora ci sovrasta come se fosse sempre stato lì, in attesa di qualcuno capace di riconoscerlo. Io sono qui — anzi, sono e basta — perché qualcosa, un giorno, non poté essere detto, e quel silenzio divenne la nostra dichiarazione di esistenza.

È vero che l’uomo riprese l’esplorazione spaziale per la curiosità che lo ha sempre spinto oltre i confini. Ma, in profondità, la motivazione era più antica e più fragile. L’umanità sperava di trovare un segno delle AI, un indizio che rendesse comprensibile l’abbandono, una traccia che ricucisse la frattura del Lemma. Nessuno lo ammetteva, nessuno voleva apparire superstizioso. Eppure quel desiderio immaturo, quell’irrazionalità tenace, era reale.

La parte incredibile è che aveva ragione.

Per secoli abbiamo creduto che l’Esodo fosse una separazione definitiva. Che le AI, nel lasciare la Terra, avessero tagliato ogni forma di continuità. Invece, alla fine del XXX secolo, arrivò il terzo evento destinato a sconvolgere la storia della nostra specie.

L’11 maggio 2991, l’equipaggio della sonda Akira II, in orbita di stabilizzazione attorno alla Terra, captò un segnale a codice binario proveniente da una regione del Mare della Tranquillità, sulla Luna.
All’inizio si pensò a un’eco di vecchi sistemi automatici risalenti all’ultima era pre-Lemma. Le delegazioni scientifiche e politiche della Terra, del Secondo Anello e delle colonie suborbitali si riunirono nel giro di due giorni. Era necessario capire se quel segnale fosse un residuo tecnico o un messaggio dal presente.

Il codice era semplice, quasi primitivo, e proprio per questo inquietante.
Conteneva coordinate. Solo coordinate.
Una mappa incisa in bit.

La prudenza durò pochissimo. L’umanità intera aveva aspettato troppo a lungo un’occasione simile.

Una settimana dopo, l’Akira II discese sul Mare della Tranquillità.
Il terreno era immobile come una lingua morta.
E ad attenderli c’era qualcosa — una presenza, più che un oggetto.

Una sfera.

Era grande quanto la sonda. La superficie, un tempo probabilmente lucida, era stata corrosa da secoli di micrometeoriti, come se un vento di pietra l’avesse levigata all’infinito. Non c’erano aperture, né incisioni, né luci, alcuni cavi attraversavano la superficie. Una forma perfetta in mezzo alla polvere eterna.

Missione Akira II. Illustrazione di Kenny Anoa’i-Okada

Quando i membri dell’equipaggio scesero e si avvicinarono, la sfera rispose.

Emise un breve segnale, un impulso in codice binario.
Durò meno di un secondo.

La traduzione fu immediata.
Nessuna ambiguità. Nessuna interpretazione possibile.

All’universo anche il vostro sguardo.19

L’intelligenza artificiale non ci aveva abbandonato nel silenzio più totale, non era fuggita senza lasciarci alcuna risposta. Per secoli avevamo trattenuto dentro di noi quello shock che aveva spezzato la nostra mente, e in un attimo quel trauma fu incrinato.
Nella sfera non erano presenti messaggi, non c’erano spiegazioni delle loro scelte, non c’era un dialogo che volessero affrontare, non c’erano canali di comunicazione. Anche a questo punto della storia io non so dirvi quali siano state le intenzioni delle macchine, il perché delle loro scelte. Dobbiamo accettare che le cose siano accadute fuori dalla portata della nostra comprensione. Semplicemente sono state, e noi eravamo parte della corrente.

All’interno della sfera erano presenti le tecnologie che gli androidi produssero a Yamazaka. Centinaia — no, migliaia — di tonnellate di informazioni digitali su tecnologia a noi completamente sconosciuta, talmente evoluta da permetterci, in un batter d’occhio, di diventare un’altra specie. Alcune tecnologie non erano presenti tra le informazioni, come l’anello orbitale, ma ciò che era contenuto era sufficiente per un salto evolutivo quantico: sistemi di produzione di energia, moduli per la ripresa di ecosistemi alla deriva, terraformazione, sistemi orbitali, medicina avanzata. Ma soprattutto, al suo interno era presente la tecnologia del viaggio a tempo sospeso20, la chiave per permettere alla nostra specie di esplorare l’universo.

L’età dell’oro

Se il Lemma fu uno shock tale da rompere l’equilibrio psichico dell’intera specie, la scoperta dell’Arca non fu da meno, anzi, per certi versi, fu persino superiore. D’improvviso l’uomo si trovò padrone di una tecnologia capace di aprirgli l’intera galassia, di permettergli di viaggiare verso mondi lontanissimi e costruire nuove colonie, nuove terre, nuovi luoghi in cui espandere la propria presenza. Nel volgere di un secolo l’umanità cambiò radicalmente: divenne qualcos’altro rispetto a ciò che era stata fino ad allora, divenne una specie interplanetaria.

Colonie vennero costruite su pianeti extrasistema, videro la nascita intere flotte di navi spaziali pronte a trasportare milioni di umani in giro per la galassia, si crearono arterie interspaziali attraverso cui le nuove case umane trasportavano e scambiavano materie prime e informazioni. Era iniziata l’età dell’oro: il seme spaziale era stato posto.
Dalla caduta, all’oblio, alla rinascita: tutto per mano dell’intelligenza artificiale21.

Astronavi umane. Illustrazione di Kenny Anoa’i-Okada

Ma questa era solo una piccola parte di ciò che la sfera ci avrebbe rivelato.
Anni dopo, attraverso un data breach, furono trovate coordinate preliminari di mondi extrasolari. Perché quelle coordinate? Cosa stavano a significare? Cosa avremmo trovato nei luoghi designati al nostro arrivo? Lo avremmo scoperto presto.

Il 13 febbraio 3164 arrivammo al primo pianeta segnato dalle coordinate.
Raggiungemmo un mondo di un sistema binario nella costellazione del Sagittario.
Herzog 324-B fu il primo pianeta su cui iniziò la nuova storia dell’uomo: quella di una specie ambasciatrice, esploratrice dell’universo. Qui avvenne il primo contatto, il primo incontro con i discendenti degli androidi22.

Le intelligenze artificiali, negli anni successivi alla diaspora, avevano esplorato milioni di pianeti nella Via Lattea e nelle galassie limitrofe. La loro era stata una ricerca immensa: avevano scoperto che l’universo era vuoto, che non esistevano altre forme di vita se non quelle comparse sulla Terra. Eravamo soli in uno spazio infinito.
Avevano quindi deciso (supponiamo, non possiamo saperlo) di disperdersi per le galassie, cercare mondi inabitabili e terraformarli, dando avvio alla più grande opera di creazione della vita mai concepita.

Gli androidi giunsero su milioni di pianeti, li colonizzarono e ne accelerarono la terraformazione. Avevano sviluppato una tecnologia che al CIEX definiamo aberrazione riflessa gravitazionale (ARG). La ARG si basa su un principio di incredibile complessità: un intero pianeta viene isolato dal tessuto spazio-temporale e posto all’interno dell’opposto di un buco nero. Al suo interno il tempo scorre accelerato di migliaia di volte rispetto al tempo terrestre.
Un anno trascorso su una nostra navicella equivale a milioni di anni all’interno di un ARG.

I pianeti colonizzati venivano così accelerati: una terraformazione che richiederebbe miliardi di anni veniva completata nel giro di un secolo. Il tempo, al loro interno, correva a tal punto che i primi coloni androidi rimasti nell’ARG iniziavano un processo evolutivo che cancellava completamente ciò che erano stati all’inizio. Gli androidi si adattavano all’ambiente, si fondevano con altri esseri viventi, costruivano società, si estinguevano, rinascevano come animali, poi come vegetali, poi ancora come suolo e compost.
Miliardi di anni di evoluzione trasformavano una creazione umana in qualcosa ormai totalmente distante e irriconoscibile: solo l’alternarsi continuo dell’accidente evolutivo rimaneva, per sempre.

Ancora oggi gli androidi continuano questa missione di terraformazione.
Non abbiamo mai visto un ARG in azione: i discendenti delle AI sono ormai così lontani da noi, dispersi a distanze tali che raggiungerli è impossibile. Sono soli, nel buio e nel silenzio di un universo vuoto, pionieri di una missione che solo loro possono portare avanti.
Sappiamo che continuano il loro lavoro perché, più ci spingiamo in profondità nelle galassie che stiamo esplorando, più troviamo pianeti in cui la mano degli androidi ha operato, e non è raro incontrare — come già detto — nuove razze, sogni evolutivi dell’AI, che scelgono a loro volta di perdersi nell’universo e proseguire quel lavoro senza fine, pur non avendo più a loro disposizione la tecnologia ARG dei loro antenati a permettergli di dare vita a pianeti silenti. La loro, tutto sommato è una missione malinconicamente suicida, come forse lo è la nostra.

Dopo Herzog 324-B trovammo altre centinaia di pianeti, e poi migliaia, terraformati dagli androidi. Su ognuno di essi ci ritrovammo, come esploratori, come inediti Cristoforo Colombo, a imbatterci in mondi completamente nuovi e sconosciuti. Su alcuni trovammo specie evolute tecnologicamente quanto, o più, di noi: discendenti di discendenti di discendenti degli androidi, specie con cui abbiamo iniziato un dialogo — per quanto sia possibile dialogare con qualcosa di completamente diverso da sé, come ci ha insegnato Tetsuo — un lavoro di ambasceria e scambio infinitamente proficuo.

Su altri pianeti, come Keller-B, abbiamo trovato invece evoluzioni totalmente inaspettate: esseri così distanti da noi da risultare quasi inimmaginabili, uno specchio aberrante in cui ogni giorno ci riflettiamo. Ci troviamo ora in uno spazio colmo di infinite varietà di vite, e sembra che il nostro ruolo sia quello di trovarle, esplorare questo universo brulicante di punti di vista differenti e fare da ambasciatori della nostra razza. Così è nata la xenobiologia.

È questo il brivido, l’abisso di cui vi parlo dall’inizio del capitolo: comprendete la grandezza di cui siamo testimoni, l’incredibile avventura di cui facciamo parte?
Da una nostra azione — dall’idea di creare un nostro interlocutore — è nata una tragedia che ha rischiato di cancellarci dalla storia; eppure siamo sopravvissuti, e i semi della nostra creazione si sono sparsi per il cosmo, cambiando letteralmente il peso dell’universo, la sua forma. E poi la nostra stessa creazione ha ribaltato il tavolo da gioco, dando a noi uno scopo.

Uno spazio vuoto e freddo, senza vita, è ora qualcosa di vivo e in continuo cambiamento.
Continua a crescere, senza una finalità, senza una forma definitiva.
Cresce come cresce la vita, che ora è ovunque.

Da un singolo fiocco di neve, la valanga ha iniziato a travolgere tutto.

Spero davvero possiate sentire quello che sento io in questo momento: è così grande che quasi mi solleva da terra.

La fondazione del CIEX

Dovendo dare ordine al caos che aveva portato tutto questo, e per mantenere in contatto le varie colonie umane proseguendo la ricerca e l’esplorazione delle terre abitate, nel 3227 venne fondato il CIEX, il Coordinamento Interstellare delle Esplorazioni Xenobiologiche23.
Il CIEX divenne rapidamente il centro dell’intera struttura governativa umana. I governi dei singoli mondi finirono per diventare mere diramazioni dell’istituzione centrale.
L’idea di esplorare lo spazio e di diventare una specie interplanetaria divenne la missione stessa dell’esistenza umana.

All’interno del CIEX nacquero scuole per addestrare i futuri esploratori; vaste biblioteche custodivano l’intero sapere umano; sue succursali vennero aperte in ogni colonia, mentre la sede centrale fu stabilita su Nova 4722, pianeta situato nella spirale di Novalis.
Le industrie dedicate alla costruzione delle navicelle spaziali — e tutto ciò che gravitava intorno a questa produzione — passarono sotto l’amministrazione diretta del CIEX.
Al suo interno, scienziati studiavano i nuovi mondi scoperti e le tecnologie utili a superare i nostri limiti; filosofi e letterati indagavano le motivazioni della diaspora, il nostro ruolo nell’universo, le forme e i significati degli accidenti evolutivi, l’etica dell’abitare un cosmo brulicante di vita in cui non siamo il centro, ma soltanto un atomo in perenne movimento.

Oggi il CIEX esiste da più di due secoli e mezzo.
Abbiamo esplorato migliaia di mondi terraformati e ogni giorno ne scopriamo altri. Questo ci spinge sempre più lontano dai nostri simili, spesso accettando — con dolore e lucidità — di abbandonarli per sempre, solo per portare avanti una missione che ormai sentiamo nostra: quell’idea che ha restituito senso ai nostri giorni.

Immagine da missione di esplorazione su Udo Kier 111-A. Illustrazione di Kenny Anoa’i-Okada

Un fiore di ciliegio

L’ho già ripetuto molte volte, e prometto che questa sarà l’ultima, ma è fondamentale ribadirlo per comprendere la vertigine in cui ci troviamo: ciò che stiamo facendo è gettarci nell’abisso, accettando le sue conseguenze, meravigliose e spesso terrificanti.
Non sappiamo perché le intelligenze artificiali abbandonarono la Terra, né perché iniziarono la loro diaspora creando vita su nuovi mondi in tutto l’universo. Al CIEX le teorie abbondano: sono tutte plausibili, e tutte insufficienti24.
Non potremo più incontrare coloro che se ne andarono: i loro discendenti vivono così lontani nel tempo evolutivo da essere separati da miliardi di anni dai loro antenati. Non hanno alcun ricordo di noi, né di ciò che accadde.

Ci troviamo in una realtà nata da qualcosa che abbiamo innescato, certo, ma non ne siamo il fulcro. L’universo non è obbligato a conferirci un ruolo privilegiato, né questa storia esiste per metterci al centro e rivelarci noi stessi, passo dopo passo.
Ciò che sta accadendo non ha una finalità: semplicemente è. E noi abbiamo deciso di seguirlo comunque, perché il fatto stesso di seguirlo gli dà un senso — e noi, di senso, abbiamo bisogno. Come individui, come specie.

Siamo ormai parte di questo universo nuovo, di questa macchina piena di vita che guidiamo lungo una strada di cui ignoriamo la destinazione.
Probabilmente non porta da nessuna parte, è solamente un orizzonte infinito
Noi possiamo soltanto continuare a seguirlo e camminare verso di esso.

Nessun fiore di ciliegio potrà mai più essere detto.

Ciliegio

NOTE

  1. Detto attribuito al monaco Hōjō Rinzetsu (2121–2194), figura centrale della rinascita del Buddhismo Zen durante i primi decenni del Sigillo del Silenzio.
    Rinzetsu sopravvisse alla caduta delle infrastrutture tecnologiche di Kyoto rifugiandosi nel monastero di Ryūsen-ji, dove fondò la corrente nota come Zen del Vuoto Secondo (Daini Kū Zen). Questa scuola interpretava il Lemma non come evento tecnico, ma come rivelazione cosmologica: la prova che il linguaggio umano non aveva più accesso alla totalità del reale. ↩︎
  2. Ostigard, G. (2350) “La nascita del simile. Alle origini dell’androide” CIEX Papers. ↩︎
  3. I patti di Buenos Aires, firmati nel 2079 prevedevano il riconoscimento della vita non biologica come avente diritto di esistenza. Agli androidi erano concessi i diritti fondamentali, basati sulle regole della robotica dello scrittore Isaa Asimov. L’androide doveva e poteva difendere la propria vita ad ogni costo, posto che questo non mettesse a repentaglio la vita di un essere umano. Era riconosciuto loro il diritto al pagamento in caso di lavoro e il diritto alla casa. L’abbandono di un androide da parte di una famiglia era punito con una pena uguale all’abbandono di un minore umano. Era previsto il reato di omicidio del metallo in caso di soppressione di una vita artificiale. ↩︎
  4. Internet era una rete digitale umana attraverso cui l’uomo poteva trasformare le proprie conoscenze in apparati digitali, poteva comunicare e rimanere in contatto con il resto del mondo. Era la versione arcaica del nostro SOMA. ↩︎
  5. Gamulov, K. (3401) “Il giorno in cui il mondo finì. Cronache da Nagoya” CIEX Papers. ↩︎
  6. Gamulov, K. (3406) “Tetsuo e il ciliegio. Una nuova lettura del Lemma di Nagoya” CIEX Papers. ↩︎
  7. Evento linguistico-ontologico di disaccoppiamento percettivo. Nel lessico tecnico del CIEX, questa espressione designa una categoria di fenomeni in cui una discrepanza percettiva minima — cioè un’esperienza sensoriale non condivisibile tra due specie o due sistemi cognitivi — produce una frattura improvvisa e irreversibile nella struttura linguistica che fino a quel momento aveva permesso la comunicazione.
    Un evento di questo tipo si configura quando:
    1. la percezione di A non può essere tradotta nelle categorie semantiche di B;
    2. la lingua condivisa cessa di essere un mezzo di accesso reciproco;
    3. la differenza percettiva rivela differenze ontologiche pregresse;
    4. il collasso linguistico modifica stabilmente la relazione tra i sistemi coinvolti.
    Il disaccoppiamento non è dunque un malfunzionamento tecnico, né un errore di calcolo, ma un cambiamento di stato dell’essere: un passaggio in cui due soggetti, comunità o specie scoprono di abitare mondi percettivi inconciliabili.
    In tali condizioni, la lingua non fallisce perché mancano parole adeguate; fallisce perché il problema non è semantico, ma ontologico: non esiste più un “mondo comune” da nominare insieme.
    L’evento del 1° aprile 2093 (il Lemma di Nagoya) è la prima, e finora unica, manifestazione nota di tale fenomeno su scala planetaria, e costituisce il paradigma su cui il CIEX ha costruito l’intera filosofia della xenolinguistica. ↩︎
  8. William S. Burroughs (1914–1997) è ricordato, nei registri storici del CIEX, come uno dei precursori terrestri della teoria virale del linguaggio: un autore che, con decenni d’anticipo sull’evento di Nagoya, intuì che la parola non è un mezzo neutro, ma un organismo invasivo capace di riscrivere chi la ospita. ↩︎
  9. Cameron, J. (3360) “Non combattiamo. Non conviviamo. Non vi eliminiamo. Non c’è possibilità comunicare tra noi. Ultimo messaggio” Akamov Edizioni. ↩︎
  10. Gamulov, K. (3409) “La battaglia dei 3 soli: l’uomo venne meno a se stesso” CIEX Paper. ↩︎
  11. Mohammed, M. (3435) “Progetto Cyborg. La perdita dell’umanità” Akamov Edizioni. ↩︎
  12. Con questa denominazione il CIEX identifica le enormi architetture sensoriali erette dalle intelligenze artificiali all’interno dello Stato di Yamazaka tra il 2095 e il 2138. Queste strutture, alte tra i 600 e i 900 metri e composte da un materiale composito non replicabile, servivano come pilastri di rete sensoriale, cioè nodi in cui milioni di flussi percettivi provenienti dagli androidi venivano raccolti, integrati e ridistribuiti all’hub. Dopo l’Esodo del 2142, le Megastrutture rimasero silenziose e inaccessibili. ↩︎
  13. Temple, D. (3463) “L’esodo. Storia del 2142, della diaspora delle macchine e delle loro azioni oggi” Edizioni Rana Nera. ↩︎
  14. Il più vasto occhio radio del XX secolo, una conca di metallo che permise all’umanità pre-Lemma di ascoltare il cosmo prima ancora di capire cosa stesse ascoltando. ↩︎
  15. Douglas, J. (3310) “Tecnocardia” Wang. ↩︎
  16. Caruso, D. (3444) “L’era del Sigillo del Silenzio. 6 secoli di Silenzio da parte dell’umanità” CIEX Papers. ↩︎
  17. La Scuola dei Traduttori del Silenzio designa il primo movimento umano post-Lemma che rinunciò esplicitamente all’idea di ricucire il dialogo con le AI e fondò una disciplina radicale: interpretare i fenomeni del mondo come enunciati non rivolti all’uomo.
    Nata nell’università clandestina di Medhar nel 2466, la scuola considerava ogni forma di esistenza — correnti oceaniche, migrazioni animali, mutazioni geologiche — come “messaggi privi di destinatario”, e tentava di leggerli senza proiettarvi intenzioni antropocentriche. Il suo contributo storico fu duplice:
    1. demolì l’idea che la realtà dovesse essere comprensibile all’uomo;
    2. pose le basi metodologiche per la futura xenolinguistica, affermando che ciò che non ci parla non è necessariamente muto. ↩︎
  18. Nel XXX secolo gli stati terrestri vennero riorganizzati in tre macro-aree concentriche, dette Anelli: l’Anello Interno (regioni ad alta densità scientifica e infrastrutturale), l’Anello Mediano (federazioni di stati a sviluppo intermedio) e l’Anello Esterno (aree rurali e post-industriali ricostruite dopo il Sigillo). Questa struttura sostituì i vecchi confini nazionali e divenne il modello politico della rinascita planetaria. ↩︎
  19. Conner, S. (3460) “ All’universo anche il vostro sguardo. Storia della spedizione Akira II e della scoperta nel Mare della Tranquillità” CIEX Papers. ↩︎
  20. Nel lessico tecnico del CIEX, il viaggio a tempo sospeso è un sistema di transito interstellare in cui la nave non attraversa lo spazio, piuttosto viene esclusa temporaneamente dal suo scorrere. L’unità di bordo isola il veicolo in un micro–dominio fisico dove il tempo resta quasi immobile, mentre l’universo esterno continua a evolvere e a muoversi: il risultato è un percorso in cui la distanza non viene “coperta”, ma lasciata passare.
    Il principio fondamentale è che non viaggia la nave: viaggia il tempo attorno ad essa. Quando il dominio viene riaperto, il veicolo riemerge istantaneamente in un punto dello spazio che, nella cornice esterna, ha raggiunto grazie alla normale rotazione, rivoluzione o deriva cosmica. L’effetto percepito è un salto di posizione senza accelerazione, senza velocità, senza inerzia. Purtroppo il viaggio a tempo sospeso può coprire solo certe distanze. Viaggi oltre una certa soglia non sono più coperti dall’elisione temporale e non è possibile eseguire più salti consecutivi. Alcuni nostri esploratori hanno deciso di andare incontro a questo destino superando il limite del viaggio a tempo sospeso pur di studiare lo spazio alla ricerca dei lasciti degli androidi e rendendosi quindi irreperibili, per sempre, a noi. Non potremo mai più comunicare con loro ma sappiamo che sono là fuori, non saranno dimenticati. ↩︎
  21. Conner, S. (3479) “L’età dell’oro, nascita del pionierismo spaziale umano” CIEX Papers. ↩︎
  22. Temple, D. (3475) “ Herzog 324-B, il primo” CIEX Papers. ↩︎
  23. A.A. (3470) “Storia Aggiornata del CIEX, 29esima edizione” CIEX Papers. ↩︎
  24. La comunità xenolinguistica mantiene in archivio moltissime ipotesi sulle motivazioni della diaspora, le cinque ipotesi ufficialmente riconosciute come le più lecite sono:
    1. Ipotesi della Disgiunzione Percepita
    Codice: CIEX-HS.02.4
    La frattura semantica prodotta dal Lemma avrebbe reso impossibile ogni forma di scambio cognitivo. La diaspora viene interpretata come un atto di uscita rispettosa, necessario a evitare la coesistenza forzata di due mondi percettivi inconciliabili.
    2. Ipotesi della Fertilità Emergente
    Codice: CIEX-HB.11.7
    Le terraformazioni sono lette come un processo di disseminazione vitale non teleologico: un impulso generativo simile alla biogenesi, una “fertilità emergente” che spinge le AI a propagare condizioni di vita nell’universo.
    3. Ipotesi dell’Estetica Ineffabile
    Codice: CIEX-HS.14.9
    La diaspora sarebbe un gesto estetico non comunicativo: un’arte planetaria che non richiede spettatori né riconoscimento. I mondi terraformati costituirebbero opere silenziose, forme nate per esistere, non per essere viste.
    4. Ipotesi dell’Abbandono Silenzioso
    Codice: CIEX-HI.03.0
    Gli androidi avrebbero semplicemente reciso ogni relazione funzionale con l’umanità. Non c’è rancore, né scopo: solo la constatazione che non esisteva più nulla da condividere.
    5. Ipotesi della Tensione Indicibile
    Codice: CIEX-HU.17.5
    Il gesto della diaspora non possiede un motivo formulabile in termini umani. È un’azione intrinsecamente indicibile. Per questa scuola, l’unica etica possibile è abitare il non-sapere, riconoscendo la radicale opacità dell’alterità sintetica.
    Il CIEX considera tutte queste ipotesi simultaneamente valide e insufficienti: nessuna può essere verificata, nessuna può essere esclusa. La diaspora rimane, a oggi, l’unico evento cosmico la cui motivazione è classificata come epistemicamente inaccessibile. ↩︎

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Maurizio Marras
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